Riduce di oltre il 50% i livelli di colesterolo LDL in pazienti già in trattamento con statine, e, grazie a questa azione, consente di ottenere anche una regressione della placca aterosclerotica. Non solo. Questo farmaco diminuisce il rischio di eventi quali morte cardiovascolare, ictus, infarto, ospedalizzazione per angina instabile o rivascolarizzazione coronarica.

Stiamo parlando di evolocumab il primo anticorpo monoclonale interamente umano ad arrivare in cardiologia e il primo della classe degli inibitori del PCSK9 a ottenere la rimborsabilità.

Approvato dall’Aifa  in regime di rimborsabilità, il farmaco, in associazione a statine e/o ezetimibe, è indicato per i pazienti adulti con forme severe e resistenti di ipercolesterolemia primaria (incluse le forme familiari eterozigote ed omozigote) e in quelli con dislipidemia mista che non riescono a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo LDL nonostante la terapia ipocolesterolemizzante massimizzata. Evolocumab è inoltre indicato per coloro che sono intolleranti alle statine. Si somministra una volta ogni 2-4 settimane con una iniezione per via sottocutanea.

L’ipercolesterolemia è il primo fattore di rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari che sono la causa di circa 300mila morti in Italia ogni anno, segno evidente che, sebbene esistano terapie di buona efficacia, quali statine ed ezetimibe, c'è ancora molto da fare per proteggere adeguatamente cuore e arterie.

“Il colesterolo è il principale fattore di rischio: aumenta di circa 4 volte la probabilità che si verifichi un evento cardiovascolare. Tutti gli studi condotti fino a oggi hanno dimostrato, infatti, che il colesterolo LDL ossidato – che misuriamo nel sangue come colesterolo LDL – determina la formazione della placca aterosclerotica nelle coronarie, responsabile d’infarti e ictus”, afferma Francesco Romeo, Direttore Cattedra di Cardiologia Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

Eppure anche i pazienti più a rischio, per esempio quelli che hanno già avuto un infarto o un ictus, non riescono a tenere i livelli di colesterolo LDL sotto controllo: si stima che in Europa oltre il 60% dei pazienti ad alto rischio cardiovascolare e l’80% di quelli a rischio molto alto sia in questa condizione. I dati dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare ANMCO – Istituto Superiore Sanità (ISS) dimostrano che la prevalenza dell’ipercolesterolemia in Italia è aumentata negli ultimi anni: negli uomini siamo passati dal 20,8% nel periodo 1998-2002 al 34,3% nel quadriennio 2008-2012, nelle donne del 24,6% al 36,6%.

“Migliorare il trattamento farmacologico dei pazienti diminuisce il rischio di sviluppare malattie cardiache e di conseguenza il carico di disabilità e di mortalità prematura. Sappiamo che i costi diretti di queste condizioni sono di oltre 1 miliardo di euro all’anno, il 96% dei quali sono imputati alle ospedalizzazioni, il 3% ai farmaci e l’1% all’assistenza specialistica. È evidente che investendo in terapie appropriate, che rappresentano una parte minima della spesa sanitaria, il sistema risparmierebbe sul fronte delle ospedalizzazioni. Senza contare i costi aggiuntivi indiretti causati dalla perdita di giornate di lavoro, dall’impegno dei parenti e degli accompagnatori, dai viaggi, etc.”, ha sottolineato Michele Massimo Gulizia, Direttore Unità Complessa di Cardiologia Ospedale Garibaldi-Nesima Catania, Past President nazionale ANMCO.

 “Evolocumab ha dimostrato di essere una soluzione per i cosiddetti pazienti difficili da trattare, per i quali i medici fanno fatica a trovare delle soluzioni terapeutiche efficaci: persone che hanno già subito un infarto, che soffrono di diabete, che non rispondono alle statine o che sono intolleranti. Pazienti ad alto rischio di andare incontro a un evento cardiovascolare, anche mortale”, ha spiegato Enzo Manzato, Ordinario in Medicina Interna, Università di Padova, Presidente SISA, Società Italiana per lo Studio dell’Aterosclerosi.

COME FUNZIONA EVOLOCUMAB Evolocumab è un anticorpo monoclonale umano che contrasta l'attività della proteina PCSK9, sostanza che nell'organismo degrada i recettori LDL che si trovano sulla superficie delle cellule epatiche. L'azione di evolocumab, quindi, di fatto aumenta la capacità del fegato di eliminare il colesterolo LDL dal sangue, diminuendone così i livelli.

«Il recettore per le lipoproteine LDL, cioè il colesterolo aterogeno, quello “cattivo” come dicono i pazienti, è un recettore molto importante nell’economia del metabolismo del colesterolo perché serve per regolare la quantità di LDL-colesterolo che c’è nel sangue. Quando questo recettore non funziona per effetto di una malattia, oppure quando non funziona perché la PCSK9 ne favorisce la distruzione, allora il colesterolo LDL aumenta. Bloccando PCSK9 (che facilita a distruzione del recettore), evolocumab mantiene attivo il recettore per le LDL e in questo modo contribuisce a ridurre il colesterolo LDL circolante nel sangue.» conclude il prof. Manzato.

COME SI USA IL FARMACO Evolocumab è disponibile sotto forma di soluzione iniettabile in siringa pre-riempita o in penna preriempita (140 mg). L'iniezione viene effettuata sotto la pelle dell'addome, della coscia o della parte superiore dell'omero.  La dose raccomandata per gli adulti con malattia primaria è di 140 mg ogni due settimane o 420 mg (il contenuto di tre siringhe pre-riempite) una volta al mese.

DATI CLINICI A SUPPORTO DI EVOLOCUMAB Il programma di trial che vede come protagonista evolocumab ha ampiamente dimostrato, in tipi molto diversi di pazienti, una riduzione marcata dei livelli di colesterolo LDL. Si tratta in tutti i casi di pazienti difficili da trattare, per i quali i medici fanno fatica a trovare delle soluzioni terapeutiche efficaci: persone che hanno già subito un infarto, che soffrono di diabete, che non rispondono alle statine o che sono intolleranti. Pazienti ad alto rischio di andare incontro a un evento cardiovascolare, anche mortale.

A partire dai risultati ottenuti in questi tipi di pazienti si è deciso di disegnare uno studio, il FOURIER, che verificasse l'efficacia di evolocumab nell'abbassare il rischio di andare incontro a questi eventi cardiovascolari.
I risultati di questo studio - FOURIER (Further Cardiovascular Outcomes Research with PCSK9 Inhibition in Subjects with Elevated Risk) - verranno presentati il 17 Marzo in occasione dell'American College of Cardiology. Gli sperimentatori hanno già annunciato di aver raggiunto gli endpoint compositi primario e secondario principale.

Gli end point sono stati definiti come l’insieme di diversi eventi cardiovascolari maggiori quali morte cardiovascolare, infarto del miocardio, ictus, ospedalizzazione per angina instabile o rivascolarizzazione coronarica. Tutte condizioni molto gravi e il fatto che gli sperimentatori abbiamo affermato di averli raggiunti vuol dire che si è dimostrato che l'abbassamento dei livelli di colesterolo con evolocumab produce una diminuzione anche degli eventi cardiovascolari mortali e non. Si tratta di un risultato davvero importante perché è evidente che la riduzione del colesterolo è auspicabile proprio perché porta alla diminuzione del rischio di eventi.

 “E' un annuncio molto importante perché è evidente che la riduzione del colesterolo è auspicabile proprio perché porta alla diminuzione del rischio di morte”, ha sottolineato Manzato.
“L’annuncio del raggiungimento degli endpoint ci fa capire che siamo di fronte a una svolta epocale nella prevenzione secondaria di pazienti con pregressi eventi cardio e cerebrovascolari”, ha ribadito Gulizia.
“Questa nuova opzione terapeutica può davvero fare la differenza per cercare di andare a colmare i bisogni medici non soddisfatti che ancora esistono nella lotta alle malattie cardiovascolari”, ha concluso Romeo.

IMPEGNO DI AMGEN NELLA RICERCA IN CARDIOLOGIA «Evolocumab è il primo anticorpo monoclonale ad arrivare in cardiologia e segna anche l'entrata in questa area terapeutica di Amgen - dice Francesco Di Marco, Amministratore Delegato di Amgen Italia. Il programma di sviluppo di evolocumab è stato il più vasto mai realizzato da Amgen: ben 22 studi che hanno incluso circa 35mila pazienti in tutto il mondo. Il ruolo dell'Italia è stato importante perché grazie al coinvolgimento di 57 Centri distribuiti su tutto il territorio sono stati portati avanti 14 studi diversi per un totale di oltre 650 pazienti arruolati.»

Amgen investe in Ricerca & Sviluppo il 20% del suo fatturato mondiale, pari a oltre 4 miliardi di dollari. Grazie a questo sforzo abbiamo creato una pipeline, costituita da oltre 40 molecole sperimentali in varie fasi di sviluppo, di cui 14 in fase III.

In cardiologia questo nostro approccio ha portato alla sperimentazione di Fase II su omecamtiv mecarbil, un nuovo attivatore cardiaco della miosina. Si tratta di una molecola di sintesi per il trattamento dell’insufficienza cardiaca acuta e cronica che in due studi clinici, COSMIC-HF e ATOMIC-AHF, ha dato risultati promettenti. Attualmente sono in corso studi di Fase III.

Infine, grazie alla ricerca condotta da deCODE, azienda islandese acquisita da Amgen nel 2012, è stata scoperta una mutazione genetica che potrebbe trovare applicazione in una terapia ipolipidemizzante: ASGR1, una delezione rara di dodici lettere di un gene presente sul cromosoma 17, un meccanismo importante e finora sconosciuto per la modulazione del colesterolo non-HDL. Le persone con questo gene hanno un rischio di sviluppare la malattia cardiaca del 35% inferiore rispetto alla media. Per questo, adesso, stiamo focalizzando il nostro lavoro di ricerca su una molecola che abbia come target ASGR1.