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Leucemia a cellule capellute, primi dati positivi per vemurafenib


27 gennaio 2014

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Leicester ha mostrato che il farmaco vemurafenib, già approvato per la terapia del melanoma, potrebbe essere efficace anche nel trattamento della leucemia a cellule capellute, (LCC), una rara forma di tumore ematologico che rappresenta il 2% di tutte le leucemie. Lo studio è stato pubblicato sul NEJM.

Nel 2011, il Prof. Brunangelo Falini, direttore della struttura complessa di Ematologia dell’Ospedale di Perugia, aveva pubblicato sulla stessa rivista uno studio che dimostrava che la mutazione del gene Braf è la causa genetica della LCC. Grazie alla scoperta, Falini aveva vinto il premio Karl Lennert, il più alto riconoscimento scientifico nel campo dei tumori del sangue.

Lo studio aveva portato allo sviluppo di un test molecolare specifico per la diagnosi della malattia e alla conduzione di trial clinici condotti per valutare l’efficacia del farmaco vemurafenib, un inibitore del gene Braf mutato, in pazienti con leucemia a cellule capellute resistenti ai trattamenti chemioterapici convenzionali.

I ricercatori dell’Università di Leicester hanno trattato con vemurafenib un paziente con LCC che non rispondeva alla terapia con analoghi delle purine e che presentava la mutazione V600E del gene Braf in condizione di omozigosi. Grazie al numero elevato di cellule leucemiche circolanti, gli esperti hanno potuto valutare gli effetti del farmaco direttamente in vivo.

Il farmaco ha indotto una remissione clinica completa della malattia con una riduzione della sopravvivenza delle cellule leucemiche CD103+ durante la terapia. I test hanno dimostrato, inoltre, l’inibizione di Braf nelle cellule leucemiche in vivo. Comunque, l’inibizione di Braf non ha portato a modifiche importanti nella fosforilazione di Mek o Erk, molecole facenti parte del pathway molecolare di Braf, in vivo, nonostante l’esposizione prolungata a vemurafenib.

I risultati dello studio mostrano che  la riduzione dell’attività di Braf, insieme all’aumento della morte cellulare, non è associata all’inibizione di Mek e Erk in vivo e l’associazione non dipendeva dalla durata dell’esposizione al farmaco.

“Il trattamento con vemurafenib potrebbe avere un effetto su un pathway molecolare alternativo, non ancora caratterizzato, direttamente o attraverso l’inibizione di Braf. Tale effetto potrebbe avere un impatto importante sulla sopravvivenza delle cellule leucemiche. Questi dati risultano utili per lo sviluppo di nuove terapie combinate per il trattamento della LCC”, concludono gli autori.

La leucemia a cellule capellute (Hairy cell leukemia) è una neoplasia linfoide a decorso tipicamente indolente, descritta per la prima volta nel 1920 e riconosciuta come entità istopatologia a sé stante nel 1958, caratterizzata da una trasformazione neoplastica dei linfociti B maturi, che assumono il classico aspetto morfologico con propaggini citoplasmatiche simili ai capelli, da cui deriva il nome di “cellule capellute” con proliferazione a carico del  sangue venoso periferico, del midollo osseo emopoietico,  della milza e meno frequentemente di altri organi ed apparati.
 
La LCC è una neoplasia rara e costituisce circa il 2% delle leucemie linfoidi. Secondo dati dei registri americani, negli USA vengono diagnosticati circa 600 nuovi casi di LCC ogni anno. E’ una patologia dell’età adulto-avanzata, con una mediana di insorgenza intorno ai 50 anni e una netta prevalenza nel sesso maschile (rapporto M:F pari a 5).
 
Efficacy of Vemurafenib in Hairy-Cell Leukemia, Jesvin Samuel et al., N Engl J Med 2014; DOI: 10.1056/NEJMc1310849
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© Riproduzione riservata

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Data ultimo aggiornamento: 30 marzo 2015

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