La psicosi è una condizione clinica che può essere collegata a molti differenti disturbi psichiatrici.1
Secondo uno studio del 2010 in Europa sono circa 5 milioni le persone affette da un disturbo psicotico (compresa la schizofrenia), vale a dire circa l'1,2% della popolazione, in aumento rispetto al 2005 (3,7 milioni - 0,8%).2
La psicosi si manifesta con deliri e allucinazioni, comprendendo generalmente anche sintomi come il parlare in modo sconnesso, il comportamento disorganizzato e gravi distorsioni nella percezione della realtà. La psicosi può essere considerata quindi come un insieme di sintomi in cui è compromessa la capacità mentale di una persona, la sua risposta affettiva e la capacità di riconoscere la realtà, di comunicare e di relazionarsi con gli altri.1
I disturbi psicotici comprendono a titolo d’esempio non esaustivo la schizofrenia, il disturbo psicotico indotto dall’abuso di sostanze, i disturbi schizoaffettivi, il disturbo psicotico breve.1
La schizofrenia è uno dei disturbi psichiatrici più complessi e meno compresi, ed è in genere definita come una condizione cronica e debilitante, a causa del progressivo deterioramento funzionale, collegato alla malattia, che ha un forte impatto dal punto di vista cognitivo, affettivo e sociale; tuttavia alcune persone affette da schizofrenia riescono a mantenere un buon livello di funzionamento, a conservare il loro lavoro e ad avere delle buone relazioni familiari e sociali.3
La schizofrenia è uno dei maggiori oneri per il sistema sanitario, ed è classificata tra le prime 20 cause di disabilità in tutto il mondo.4
Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le persone con schizofrenia in Europa sono oltre 3.700.000; di queste, 427.000 solo in Italia, che si posiziona quarta per numero di pazienti con schizofrenia tra i Paesi europei dopo Germania, Francia e Regno Unito.

Diagnosi e trattamento
La manifestazione clinica della schizofrenia è abbastanza eterogenea, e comprende sintomi che vanno dalle allucinazioni, ai deliri, a discorsi e comportamenti disorganizzati, all'apatia, alla mancanza di motivazione, ai deficit cognitivi.3

Gli antipsicotici sono, senza dubbio, una componente fondamentale nel trattamento della schizofrenia, grazie alla loro capacità di controllarne i sintomi di tipo psicotico, che determinano una grave distorsione della realtà.5

Nei pazienti con schizofrenia, l’intervento farmacologico precoce è di fondamentale importanza, in quanto permette di contenere i sintomi psicotici, ridurre la gravità della malattia e contrastarne le conseguenze psico-sociali (come isolamento, emarginazione, perdita dell'interazione con i parenti e gli amici, ridotta cura di sé, aumento della disoccupazione).2
È dimostrato, infatti, che la durata della psicosi non trattata (DUP) farmacologicamente, è negativamente collegata agli esiti della malattia, a lungo termine. Di conseguenza, una prolungata durata della psicosi non trattata (DUP) è risultata associata a una remissione ritardata ed incompleta dei sintomi, alla presenza di sintomi negativi persistenti, a ospedalizzazioni più lunghe ed a un rischio maggiore di ricaduta, di depressione e suicidio, ad un aumentato abuso di sostanze ed a costi di trattamento significativamente più alti.2
A conferma del decorso progressivo della malattia e della possibilità di prevenirne le conseguenze sfavorevoli, vi è l’evidenza che, in confronto ai pazienti che ricevono il trattamento farmacologico anti-psicotico in modo precoce e continuativo, i pazienti non trattati possono mostrare una maggiore perdita di materia grigia cerebrale.6

Tuttavia, per le persone affette da schizofrenia, non è fondamentale il solo trattamento farmacologico tempestivo, fin dalle fasi iniziali della malattia, ma anche proseguire il trattamento di mantenimento che permette di ridurre il rischio di ricadute. Secondo una meta-analisi di 65 studi clinici, che hanno coinvolto più di 6.000 pazienti schizofrenici, la terapia farmacologica di mantenimento riduce l'incidenza delle ricadute e delle ospedalizzazioni di circa il 60%.5

I farmaci antipsicotici di tipo “long-acting injectable” (LAI) sono disponibili da oltre 40 anni (se si considerano i LAI di prima generazione) e presentano alcuni vantaggi rispetto agli antipsicotici a formulazione orale: tra questi, si possono citare la possibilità di monitorare l’aderenza del paziente (potendo distinguere tra mancata aderenza e mancata risposta), il minor rischio di overdosi, accidentali o deliberate, una migliore biodisponibilità del farmaco, una più affidabile correlazione tra le dosi assunte del farmaco e le concentrazioni plasmatiche.7
Inoltre, i farmaci LAI hanno dimostrato di garantire un elevato grado di continuità terapeutica, come si evince da diversi studi, tra cui lo studio americano di recente pubblicazione di Marcus et al., nel quale i pazienti schizofrenici, cui veniva prescritto un farmaco LAI, mostravano una significativa riduzione della percentuale di discontinuità di trattamento e di riospedalizzazioni, rispetto ai pazienti a cui veniva prescritto un antipsicotico orale.8
Non dimentichiamo infatti che uno dei principali problemi della schizofrenia è la mancanza di consapevolezza della malattia da parte del paziente, la cui adesione al trattamento può essere facilitata nel caso di terapie con un LAI.
In questo contesto, Janssen ha contribuito all’evoluzione dello scenario farmacologico attraverso numerose molecole antipsicotiche, di prima e di seconda generazione. In particolare, fin dal 2009 negli USA e dal 2012 in Italia, è disponibile per le persone affette da schizofrenia la formulazione mensile di un antipsicotico LAI (long-acting injectable): ma l’impegno in ricerca scientifica da parte di Janssen non si ferma qui, ed infatti la Food and Drug Administration (FDA, ente regolatorio in USA) prima, nell’agosto del 2015, e la Commissione Europea poi, a maggio 2016, hanno approvato il primo farmaco antipsicotico long-acting a formulazione trimestrale.
Il trattamento continuativo con antipsicotici, ed in particolare con formulazioni LAI, può consentire di prevenire le ricadute aumentando le probabilità di un periodo di stabilità, facilitando in tal modo l'introduzione di interventi riabilitativi. Tali interventi riabilitativi sono volti a migliorare le capacità individuali e di integrazione sociale del paziente e possono contribuire al miglioramento clinico in termini di riduzione del numero delle ricadute e delle ospedalizzazioni.5

La terapia psicosociale
Come citato in precedenza, la terapia psicosociale svolge un ruolo importante nel trattamento dei pazienti schizofrenici, in aggiunta alla terapia farmacologica: questi due tipi di approccio terapeutico agiscono in sinergia, e maggiore è il miglioramento dei sintomi psicotici dopo l'inizio della terapia farmacologica, maggiore è la probabilità di buona risposta dei pazienti alla terapia psicosociale.5
L'uso delle terapie psicosociali è sostenuto da molte evidenze. Riguardo alla riabilitazione cognitiva, ad esempio, (un approccio psicosociale rivolto principalmente al miglioramento delle funzioni cognitive in soggetti schizofrenici), alcuni studi ne dimostrano la superiorità nel miglioramento dell’esito funzionale della schizofrenia, rispetto ad interventi riabilitativi basati sull'intrattenimento, o in generale non strutturati e non personalizzati.9, 10

Un ruolo importante nel percorso terapeutico basato su un approccio integrato (farmacologico e psicosociale) volto al reinserimento sociale del paziente è svolto anche dall'attività fisica. È ormai diffusa la consapevolezza circa l’importanza dell'attività fisica per la salute mentale e fisica delle persone con schizofrenia. L'isolamento sociale, combinato ad una mancanza di motivazione, rappresenta una barriera significativa per la partecipazione all'attività fisica, così come la diminuita interazione sociale.
Pertanto, l'attività fisica, se accompagnata da interazioni e relazioni sociali, può favorire l'aderenza ai trattamenti e la motivazione dei pazienti nel proseguire il percorso di cura basato su di un approccio riabilitativo integrato (farmacologico e psicosociale).11



Riferimenti
1.    Stahl SM, Antipsychotics and Mood Stabilizers: Stahl’s Essential Psychopharmacology, Third Edition. Cambridge University Press.
2.    Altamura C et al. Schizophrenia today: epidemiology, diagnosis, course and models of care. Journal of Psychopathology 2014;20:223-243
3.    Mendrek A et al. Sex/gender differences in the brain and cognition in schizophrenia. Neuroscience and Biobehavioral Reviews 2015.
4.    Leucht S et al. Comparative effi cacy and tolerability of 15 antipsychoti drugs in schizophrenia: a multiple-treatments meta-analysis. Lancet 2013; 382: 951–62.
5.    Altamura C et al. Integrated treatment of schizophrenia. Journal of Psychopathology 2015;21:168-193.
6.    Stahl SM, Long-acting injectable antipsychotics: shall the last be the first? CNS Spectrums (2014), 19, 3–5.
7.    Altamura C et al. Rethinking the role of long-acting atypical antipsychotics in the community setting. International Clinical Psychopharmacology 2012, 27:336–349.
8.    Marcus SC et al. Antipsychotic Adherence and Rehospitalization in Schizophrenia Patients Receiving Oral Versus Long-Acting Injectable Antipsychotics Following Hospital Discharge. J Manag Care Spec Pharm. 2015;21(9):754-68.
9.    Vita A et al. Effectiveness of different modalities of cognitive remediation on symptomatological, neuropsychological, and functional outcome domains in schizophrenia: A prospective study in a real-world setting. Schizophrenia Research 133 (2011) 223–231.
10.    Galderisi S(1), Piegari G, Mucci A, Acerra A, Luciano L, Rabasca AF, Santucci F, Valente A, Volpe M, Mastantuono P, Maj M. Social skills and neurocognitive individualized training in schizophrenia: comparison with structured leisure activities. Eur Arch Psychiatry Clin Neurosci. 2010 Jun;260(4):305-15
11.    Gross J et al. A narrative synthesis investigating the use and value of social support to promote physical activity among individuals with schizophrenia. Disabil Rehabil, 2016; 38(2): 123–150.