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A Roma si riunisce l'esperienza italiana nella gestione della Malattia di Pompe

Sette anni fa in Italia, per la prima volta, veniva resa disponibile la terapia enzimatica sostitutiva per le persone colpite dalla rara Malattia di Pompe: una patologia genetica del metabolismo che, a causa della mancanza o carenza di un enzima, danneggia cuore, muscoli di gambe e braccia e quelli della respirazione, con forme più gravi nella primissima infanzia e decorsi meno severi nelle forme giovanili ed adulte.  Si tratta della Terapia Enzimatica Sostitutiva con alglucosidasi alfa, ancora oggi unico trattamento disponibile per questi malati ai quali viene infuso ogni 14 giorni l’enzima mancante o deficitario.

Alla rara Malattia di Pompe, alla sua gestione e terapia sarà dedicato oggi 11 ottobre a Roma il “Workshop Nazionale: update sulla malattia di Pompe a 7 anni di distanza dall’avvento dell’ERT” (Enzyme Replacement Therapy). Un appuntamento che riunirà i maggiori esperti nazionali della malattia con l’obiettivo di fornire a specialisti in Cardiologia, Genetica, Malattie dell’apparato respiratorio, Pediatria, Neurologia e altre discipline, le conoscenze utili a una corretta gestione del malato e a una diagnosi precoce, fattore fondamentale per evitare le complicanze tipiche della malattia.

“Fino a qualche anno fa, la Malattia di Pompe era completamente incurabile e, nelle forme infantili il bambino che ne era affetto era destinato a morire nei primi mesi di vita – spiega Carlo Dionisi Vici, Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Patologia Metabolica, Dipartimento di Medicina Pediatrica dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma – Oggi, grazie alla ERT, esiste la possibilità di trattare i pazienti con un’infusione dell’enzima mancante o carente anche se, per motivi genetici, non tutti rispondono in modo uniforme al trattamento. La terapia enzimatica sostitutiva ha dato speranze a molti di quei pazienti e a quelle famiglie che fino a pochi anni fa aspettavano, senza poter intervenire, l’evoluzione della malattia e le sue complicanze. Inoltre, grazie alle ricerche del Professor Giancarlo Parenti del Tigem di Napoli, si sta sperimentando la ERT in combinazione con un altro farmaco che, in alcuni casi particolari, dovrebbe renderla ancora più efficace.”

Il trattamento quanto più precocemente iniziato tanto più risulta efficace e in grado di evitare complicanze tipiche della patologia.

“E’ fondamentale lavorare sulla diagnosi tempestiva della malattia - dichiara  Marco Confalonieri, Direttore Struttura Complessa Pneumologia Azienda Ospedaliera Universitaria di Trieste – Questo perché, parlando ad esempio dell’interessamento respiratorio, costantemente presente in tutti i pazienti e principale causa di decesso, possiamo affermare che una cura puntuale e precoce di questi disturbi aiuta a prevenire eventi pericolosi per la vita stessa del paziente. La ERT è in grado di ridurre il declino della funzione respiratoria e può essere utile anche per meglio superare episodi acuti ed evitare complicanze. E’ quindi fondamentale lavorare al sospetto diagnostico.”

“La disponibilità di una terapia ha portato sicuramente in questi 7 anni ad una migliore conoscenza della malattia ed ad un maggiore impegno nella diagnosi con l’imperativo di  individuare gli affetti anche in fase pre sintomatica o tra i malati con manifestazioni cliniche inusuali. – aggiunge Serenalla Servidei, Istituto di neurologia Policlinico Gemelli Università Cattolica di Roma - Oltre alle classiche metodiche che prevedono lo studio morfologico e biochimico della biopsia muscolare e l’analisi genetica, oggi è disponibile in maniera più standardizzata il test enzimatico su campioni di sangue essiccato su filtri di carta bibula (Dried Blood Spot), un test affidabile, veloce, poco costoso e non invasivo. Tale test è particolarmente utile nello screening neonatale (basta una goccia di sangue prelevata dal tallone del bambino) e della popolazione a rischio.”

L’appuntamento del prossimo 11 ottobre è realizzato con il coordinamento scientifico della Professoressa Serenella Servidei (Istituto di Neurologia Policlinico Gemelli di Roma) del Dottor Carlo Dionisi Vici (Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Patologia Metabolica Dipartimento di Medicina Pediatrica dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma) e del Dottor Marco Confalonieri (Direttore Struttura Complessa Pneumologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Trieste) e realizzato grazie al contributo educazionale non condizionato di Genzyme, società del Gruppo Sanofi, impegnata nello sviluppo e nella commercializzazione di soluzioni terapeutiche per il trattamento di gravi malattie ancora prive di una risposta clinica adeguata, in particolare Malattie Rare e Sclerosi Multipla.

CHE COS’È LA MALATTIA DI POMPE?
La Malattia di Pompe o Glicogenosi di tipo II è una patologia neuromuscolare rara, cronica e debilitante, spesso mortale, che colpisce circa 10.000 individui – tra neonati, bambini e adulti – nel mondo e circa 300 persone stimate in Italia.

La Malattia di Pompe appartiene alla famiglia delle malattie rare da accumulo lisosomiale ed è caratterizzata dal mancato smaltimento del glicogeno, la riserva energetica dei muscoli.

A causa del difetto di un enzima, il glicogeno si accumula e danneggia il cuore, i muscoli di gambe e braccia e quelli della respirazione. I bambini colpiti dalla malattia sono caratterizzati principalmente da ipotonia muscolare e ingrossamento del cuore e la morte in genere interviene entro il primo anno di vita per insufficienza cardiaca. I malati che superano i due anni sono invece costretti in carrozzina e, nei casi più gravi, devono usare un supporto meccanico per respirare.

QUALI SONO LE MANIFESTAZIONI DELLA MALATTIA?
La Malattia di Pompe ha una presentazione clinica complessa ed eterogenea. In base all’età d’esordio, si riconoscono tre forme della malattia:
la forma classica e più grave, si manifesta subito dopo la nascita. Il quadro clinico è caratterizzato da cardiomiopatia ipertrofica, cardiomegalia, insufficienza cardiorespiratoria, e ritardo nell’acquisizione o regressione delle tappe motorie. I bambini affetti da Malattia di Pompe presentano un’ipotonia grave e progressiva ( “floppy baby” o tipo “bambola di pezza”). Se non diagnosticata e trattata precocemente, questi neonati sopravvivono raramente oltre il primo anno di vita;
la forma non classica, con esordio tra il primo e il secondo anno di vita, è caratterizzata da una prognosi variabile;
la forma a esordio tardivo, che può manifestarsi a qualsiasi età dopo il primo anno di vita, è caratterizzata da una progressione lenta e da esiti meno sfavorevoli di quelli della forma classica. Questa forma colpisce prevalentemente i muscoli e risparmia generalmente il cuore. Il graduale indebolimento muscolare e i problemi respiratori sono i sintomi principali: i pazienti perdono la capacità di deambulare autonomamente, mentre dal punto di vista respiratorio si realizza un deterioramento progressivo della capacità ventilatoria che, se cronica, necessita il ricorso a una ventilazione assistita o alla tracheostomia.

CHE COSA DETERMINA LA MALATTIA?
La Malattia di Pompe è causata da un deficit dell’enzima lisosomiale alfa-glucosidasi acida (GAA), responsabile della degradazione del glicogeno, polimero del glucosio che ne rappresenta la fonte di deposito e riserva nei muscoli. I Pazienti affetti da malattia di Pompe possono non avere del tutto o in parte l’enzima GAA: ciò determina un accumulo eccessivo di glicogeno nelle cellule del corpo, in particolare nei muscoli, e di conseguenza il loro progressivo indebolimento.

CHI È A RISCHIO DI CONTRARRE LA MALATTIA?
La Malattia di Pompe è una patologia genetica a trasmissione autosomica recessiva che si trasmette da genitore a figlio. Il bambino eredita da ciascun genitore due copie del gene difettoso. Quando entrambi i genitori sono portatori del gene difettoso, esiste una percentuale del 25% che il bambino sviluppi la malattia. La patologia si riscontra in uomini e donne nella stessa misura e in ogni gruppo etnico, malgrado l’incidenza appaia più alta tra gli afro-americani e presso alcune popolazioni asiatiche.

COME VIENE DIAGNOSTICATA LA MALATTIA?
La Malattia di Pompe può essere difficile da diagnosticare, poiché molti dei suoi sintomi sono simili a quelli di altre malattie. Inoltre, per la rarità di casi in cui si presenta, può facilmente non essere riconosciuta o erroneamente diagnosticata. La forma infantile della Malattia di Pompe è generalmente più semplice da diagnosticare a causa della sua gravità.

La conferma della diagnosi avviene attraverso un saggio biochimico di misurazione dell’attività enzimatica della GAA. Nei bambini affetti dalla forma classica della malattia, l’attività della GAA è praticamente assente, mentre nelle altre forme si riscontrano diversi livelli di attività residua. Il saggio è generalmente condotto nei linfociti, in colture di fibroblasti cutanei e in biopsie muscolari.

Di recente è stata introdotta la possibilità di fare diagnosi di Malattia di Pompe su goccia di sangue essiccata su filtri di carta bibula (Dried Blood Spot). Questa innovazione tecnologica offre la possibilità di effettuare progetti pilota di screening neonatale per la Malattia di Pompe: una diagnosi tempestiva può essere, infatti, di fondamentale importanza, sia per la gravità della patologia sopratutto nella sua forma classica, sia per la presenza di una terapia in grado di modificarne la storia naturale.

Esistono infine due test di screening prenatale che possono essere eseguiti precocemente in gravidanza (se il bambino è chiaramente a rischio per la malattia) per scoprire se il feto è affetto dalla Malattia di Pompe. Il prelievo dei villi coriali viene effettuato entro la 12° settimana di gravidanza. Questo test prevede il prelievo di un piccolo campione di tessuto della placenta e l’analisi delle cellule per individuare la presenza o meno dell’enzima GAA.
L’amniocentesi viene effettuata intorno alla 15° settimana di gravidanza e consente di verificare l’attività enzimatica ed effettuare un’analisi del DNA, testando le cellule prelevate dal liquido amniotico.

COME SI CURA LA MALATTIA?
La terapia enzimatica sostitutiva con alglucosidasi alfa è la prima ed unica cura disponibile per il trattamento della malattia.

L’enzima sostitutivo viene prodotto biotecnologicamente e somministrato per via endovenosa. La terapia enzimatica sostitutiva con GAA umano ricombinante prolunga in modo significativo la sopravvivenza del bambino affetto dalla forma classica, riduce significativamente la cardiomiopatia ed è stato dimostrato che risulta più efficace se somministrata in uno stadio iniziale della malattia. Nella Malattia di Pompe ad esordio tardivo, la terapia enzimatica sostitutiva si è dimostrata efficace nel rallentare la progressione della malattia.

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