L'85% degli oncologi lombardi sente il peso dei  tagli alla sanità ed è preoccupato per le possibili conseguenze sulle qualità delle cure dei pazienti con cancro. Servono strumenti per favorire la sostenibilità del sistema e liberare risorse: solo così sarà possibile garantire a tutti i cittadini l'accesso ai farmaci innovativi. I biosimilari attualmente in commercio, farmaci simili ma non uguali ai biologici originatori, si sono rivelati sicuri.

Infatti il 73% degli oncologi sostiene che, nei pazienti mai trattati prima, questi prodotti, se disponibili a un prezzo inferiore rispetto all'originatore, debbano essere preferiti. Ma l'arrivo nei prossimi anni dei biosimilari di anticorpi monoclonali apre interrogativi sulla loro efficacia e sicurezza. 

Se per il 39% degli specialisti questi prodotti possono favorire il contenimento dei costi, per il 45% è più utile cercare margini di risparmio in altre voci di spesa. E il 16% afferma che le criticità (su efficacia e sicurezza) sono troppe. Per il 65% i biosimilari infatti possono funzionare in maniera diversa rispetto all'originatore e per il 24% presentano un diverso grado di immunogenicità (capacità di indurre una reazione immunitaria nell'organismo, che ogni preparato biologico può scatenare).

Il 91% ritiene inoltre che la decisione sulla sostituibilità debba essere di esclusiva competenza dell'oncologo. I dati emergono dal sondaggio condotto dall'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) fra i soci della Lombardia e presentato nel seminario "Biosimilari da anticorpi monoclonali in oncologia. La sicurezza del paziente prima di tutto", che si svolge oggi a Milano a Palazzo Pirelli. 

È il settimo di un tour nazionale che prevede nove incontri regionali promossi dall'AIOM con il patrocinio della SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera) e della SIF (Società Italiana di Farmacologia). All'indagine, che si è conclusa il 30 settembre, ha risposto circa il 50% di tutti gli oncologi che operano in Regione. In Lombardia ogni anno i tumori fanno registrare circa 47.150 nuovi casi e 21.880 decessi (stime 2010).

E sono più di 383mila le persone che vivono con la diagnosi di malattia. "A differenza delle molecole già in commercio, come le eritropoietine, i fattori di crescita granulocitari e gli ormoni della crescita - afferma il prof. Stefano Cascinu, presidente AIOM - i biosimilari di anticorpi monoclonali presentano una maggiore complessità strutturale. Per questo è necessario prestare particolare attenzione al tema dell'estensione d'uso per indicazioni diverse da quelle contenute nel dossier registrativo, che potrebbe risultare inadeguata specie per molecole quali gli anticorpi monoclonali.

Ogni nuova indicazione terapeutica dovrebbe essere sottoposta ad iter registrativo specifico. Per migliorare il livello di conoscenza degli specialisti abbiamo organizzato corsi itineranti in 9 Regioni. E con il questionario abbiamo voluto cogliere il livello di conoscenza degli oncologi della Lombardia sul tema, per capire quali siano i dubbi e le problematiche legate all'introduzione di questi prodotti". 

Per il 77% degli oncologi lombardi i biosimilari di anticorpi monoclonali sono più complessi di quelli oggi disponibili, richiedono processi di vigilanza più accurati e appositi registri e studi clinici con endpoint validati.

"L'AIOM - sottolinea il prof. Giordano Beretta, coordinatore regionale AIOM Lombardia - è stata tra le prime società scientifiche ad approfondire il tema dei biosimilari. È prioritario continuare le iniziative di comunicazione per far sì che gli specialisti italiani abbiano maggiori mezzi conoscitivi per poter giudicare questi prodotti. Infatti promuovere informazione e cultura sui biosimilari di anticorpi monoclonali rappresenta l'azione più importante che una società scientifica come l'AIOM deve intraprendere su un argomento così delicato, come sottolineato dal 46% degli intervistati. E per il 34% è essenziale collaborare con le Istituzioni per regolamentare il settore e per il 20% verificare e trasmettere a tutti i soci gli studi clinici che hanno portato alla registrazione di ogni biosimilare di anticorpo monoclonale".

La normativa sulla registrazione dei biosimilari è comunitaria e quindi non si riscontrano differenze tra gli Stati membri. L' EMA (European Medicines Agency) è stato il primo ente regolatorio ad aver istituito un quadro normativo specifico per il percorso di approvazione di questi prodotti. In UE il dossier di registrazione, pur facendo riferimento all'originatore, deve riportare studi comparativi preclinici e clinici per dimostrare un profilo sovrapponibile per qualità, sicurezza, efficacia. "Non per tutti i biologici, il cui brevetto è scaduto, è stato autorizzato il biosimilare - spiega il dott. Stefano Federici, farmacista all'Ospedale di Circolo di Melegnano. I farmaci biosimilari sono approvati al termine di un processo di valutazione europeo di livello non inferiore a quello cui viene sottoposto un qualsiasi farmaco biologico. In particolare il dossier di registrazione, pur facendo riferimento all'originatore, deve riportare studi comparativi preclinici e clinici per dimostrare un profilo sovrapponibile per qualità, sicurezza, efficacia. Questa procedura è nota come 'esercizio di comparabilità'". 

Sono invece demandate ai singoli Paesi le regole per la dispensazione. L'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), nel Position Paper del 13 maggio 2013, chiarisce che biologici e biosimilari non possono essere considerati alla stregua dei prodotti equivalenti, escludendone quindi la sostituibilità automatica. Proprio perché i biosimilari sono simili, ma non identici agli originatori, l'AIFA ha deciso di non includerli nelle liste di trasparenza, che consentono la sostituibilità automatica tra prodotti equivalenti. Di conseguenza, la scelta di trattamento con il biologico di riferimento o con un biosimilare rimane una decisione clinica affidata allo specialista prescrittore. "La qualità del prodotto biologico dipende dalle procedure del processo di produzione, piccole variazioni strutturali possono determinare conseguenze significative sia sull'efficacia che tossicità del prodotto stesso - conclude Sandra Donnini, farmacologa all'Università di Siena -. 

Uno dei punti critici è rappresentato dall'immunogenicità, strettamente correlata alla qualità del prodotto biologico. Molti farmaci biotech inducono risposte immunitarie. Queste reazioni non sono prevedibili, non sono associate a nessuna caratteristica strutturale identificabile a priori e normalmente non sono facilmente evidenziabili negli studi registrativi. È pertanto opportuno preservare il principio di continuità terapeutica con l'originator, utilizzando le modalità di selezione e di approvvigionamento che privilegino il prodotto economicamente più vantaggioso per il Servizio sanitario, ma che al tempo stesso garantiscano questa continuità. Inoltre le attività di sorveglianza postmarketing sono cruciali. Va infatti ricordato che i biosimilari sono sottoposti a monitoraggio intensivo da parte dell'AIFA per 5 anni dalla commercializzazione".