Sono oltre 1,5 milioni le donne con diabete in Italia, una su 20, secondo i dati ISTAT 2011. Una particolare attenzione alla malattia al femminile è stata dedicata nel Rapporto “Monografie degli Annali AMD: le differenze di genere”, redatto dal Gruppo Donna dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD) e presentato oggi a Milano. Si tratta del primo rapporto interamente dedicato alle differenze uomo-donna nella popolazione con diabete seguita da 236 Servizi di Diabetologia di tutta Italia, oltre 1/3 di quelli attivi sul territorio nazionale.

Rispetto agli uomini, le connazionali con diabete sono meno giovani (il 30% delle donne contro il 20% degli uomini ha un’età superiore a 75 anni) e in media hanno 68,4 anni contro i 65,7 degli uomini. Inoltre le donne hanno in media il diabete da più tempo: 11,1 anni contro 10 anni per gli uomini.
Anche per quanto riguarda l’obesità la situazione femminile risulta sfavorevole: non solo l’indice di massa corporea (BMI) medio è superiore (30,2 contro 29,2 degli uomini), ma le donne gravemente obese sono quasi il doppio rispetto agli uomini: il 18,8% contro il 10,1%.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, tra le persone con diabete, le donne che fumano sono meno degli uomini; precisamente è fumatore un uomo su 5, mentre tra le donne solo una su 10 ha questa abitudine, nonostante sia ormai nota la stretta correlazione tra fumo di sigaretta e rischio di complicanze microvascolari, soprattutto per chi soffre della malattia.

“L’obiettivo che ci siamo prefisse nella compilazione della prima edizione degli Annali di genere – spiega Mariarosaria Cristofaro, Coordinatrice del Gruppo Donna AMD – è quello di tracciare un quadro ampio dell’assistenza, della prevenzione e delle cure erogate ai pazienti uomo e donna, per capire quali sono i bisogni comuni e quali invece quelli genere-specifici. Questa fotografia fornisce un’immagine reale del mondo del diabete: i dati esaminati riguardano circa 1 sesto degli italiani che soffrono della malattia: le donne analizzate sono più di 188.000, oltre il 12% della popolazione femminile con diabete.”

Osserviamo nel dettaglio i risultati principali.

Non vi sono differenze significative per quel che riguarda il numero di persone con diabete che effettuano la misurazione, almeno una volta l’anno, dell’emoglobina glicosilata (HbA1c), il parametro che valuta se la malattia è sotto controllo: le percentuali sono estremamente elevate, superiori al 90%, sia per gli uomini sia per le donne. Lievi differenze tra i generi si riscontrano invece per quanto riguarda altri esami specifici, come il controllo del profilo lipidico (colesterolo e trigliceridi) e della pressione arteriosa, entrambi indicatori strettamente legati al rischio cardiovascolare. Le donne che effettuano almeno una volta l’anno questi esami sono un po’ meno rispetto agli uomini: 72,4% contro 74,1% per il controllo del profilo lipidico e 78,4% contro 79,1% per la misurazione della pressione arteriosa. “Questi dati, pur se non drammatici, devono far riflettere soprattutto in relazione al fatto che una donna con diabete ha un rischio maggiore di infarto di 3-5 volte, e di malattie al cuore e disturbi della circolazione di 3 volte, rispetto a una donna non diabetica di pari età e peso, mentre nell’uomo con diabete questi rischi aumentano ‘solo’ di 2 volte”, spiega Valeria Manicardi, Consigliere del Gruppo Donna AMD.

 Le donne hanno la peggio anche per quanto riguarda il grado complessivo di controllo della malattia: il 58%, rispetto al 54% degli uomini, non raggiunge un buon controllo metabolico, ciò vuol dire che l’HbA1c risulta superiore al 7%, valore stabilito dalle linee guida come obiettivo da raggiungere per prevenire le complicanze della malattia. Anche i valori del colesterolo e della pressione risultano più elevati: il colesterolo LDL è in media 112,5 mg/dl nelle donne contro 106,6 mg/dl nell’uomo; le donne con valori pressori superiori a 140/90 mmHg sono il 58,1%, contro il 56,1% degli uomini. “Soprattutto, le donne con valori di LDL - fattore di rischio cardiovascolare di primaria importanza - inferiori a 100 mg/dl sono sistematicamente di meno (-7%) alla diagnosi e durante la malattia”, aggiunge Manicardi.

Da cosa dipendono queste differenze? “Non possiamo di certo imputarle a una diversa cura e assistenza riservata alle donne”, afferma Maria Franca Mulas, Consigliere del Gruppo Donna AMD. “Dalla nostra indagine emerge sì qualche dato a sfavore delle donne, ma di entità contenuta, più in relazione all’assiduità dei controlli che alla intensità dei trattamenti.  Inoltre, un attento esame della cura del diabete con i farmaci, divisa per generi, ha rivelato che il tipo di trattamento farmacologico, le classi di farmaci usate, le terapie combinate, sono uguali per l’uomo e per la donna. Non si evidenziano quindi diversità nella qualità della cura, ma nonostante questo la donna ottiene risultati peggiori”, prosegue.

“È possibile che questo possa dipendere da una diversa risposta di genere ai farmaci e ai trattamenti; possono inoltre esistere altre differenze biologiche nello stesso sviluppo della malattia e delle sue complicanze; tendiamo ad escludere, invece, che fattori come l’aderenza, e la persistenza in terapia, in pratica il prendere i farmaci con regolarità e nelle dosi indicate, abbiano un ruolo, in quanto le donne, è stato più volte dimostrato, hanno in genere una migliore attenzione alla salute e alle cure prescritte”, spiega Titti Suraci, Consigliere del Gruppo Donna AMD.

“In conclusione, questi risultati offrono sicuramente molti spunti e aprono una nuova visione dell’assistenza: le differenze di genere emerse ci devono far riflettere sulla necessità di ‘personalizzare’ la cura, ad esempio intensificando il trattamento fino a ottenere i risultati desiderati per i maggiori fattori di rischio cardiovascolari, in particolare nelle donne. Il primo rapporto degli Annali AMD dedicato alle differenze di genere fornisce quindi un’ottima base per le analisi della prossima edizione 2012, che la comunità diabetologica attende già con vivo interesse. Un ringraziamento d’obbligo, infine a LifeScan e Lilly che ci hanno sostenuto in questo impegno”, conclude Mariarosaria Cristofaro.