Farmaci antidiabetici per curare l’alcolismo. Questa la strada tracciata da alcuni studi condotti da un Gruppo di ricercatori coordinati dal Professor Roberto Ciccocioppo del Dipartimento di Medicina Sperimentale e Sanità Pubblica dell’Università di Camerino, che aprirebbero nuove prospettive nel trattamento della dipendenza alcolica.

Nel corso dei lavori della 36° Edizione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Farmacologia, in programma a Torino dal 23 al 26 ottobre 2013 presso il Centro Congressi del Lingotto, presieduto dal Professor Pier Luigi Canonico,  Presidente SIF e professore ordinario di Farmacologia presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale, l’intervento del Professor Roberto Ciccocioppo mette in evidenza i risultati di alcuni lavori recentemente pubblicati dai quali emerge come i farmaci agonisti del recettore PPARattualmente utilizzati per il trattamento del diabete di Tipo II, avrebbero benefici effetti nella terapia delle dipendenze.

“Dai nostri studi, condotti sull’animale, si dimostra come questi farmaci, attivando i propri recettori, riducono la capacità delle sostanze da abuso di liberare dopamina nelle aree del cervello responsabili del piacere e della gratificazione – dichiara Ciccocioppo – Questo porterebbe, come risultati, la riduzione del consumo di alcol, della dipendenza, delle ricadute, degli effetti dello stress, ma non solo. Abbiamo anche evidenziato un benefico effetto a livello epatico.”

Vari studi clinici hanno, infatti, dimostrato l’efficacia degli agonisti del recettore PPARnel trattamento della steatoepatite non alcolica (danno epatico non dovuto ad alcol). E questo fa intuire la loro utilità anche nel danno epatico da alcol. Il beneficio, dunque, sarebbe duplice: da un lato migliorerebbero il quadro clinico del paziente, dall’altro ridurrebbero la motivazione al consumo di alcol.

“Questo – aggiunge Ciccocioppo – dal punto di vista terapeutico sarebbe un elemento molto importante, perché in genere l’alcolista non riconosce la malattia in quanto tale (alcol-dipendenza), quindi spesso ricorre al medico quando si presentano problemi gastrici o epatici. Per questo, poter avere un trattamento farmacologico con benefici effetti sui parametri epatici, e sul sistema nervoso centrale, potrebbe essere una strategia particolarmente efficace.”

“Abbiamo, poi, visto – continua Ciccocioppo – che la stimolazione del recettore PPARriduce in modo assai marcato anche gli effetti neurodegenerativi dell’alcol (danno neurologico, deficit cognitivi e morte cellulare). Il trattamento con questi farmaci avrebbe, dunque, anche un’azione neuro protettiva”.

Attualmente gli studi che indicano l’efficacia dei farmaci agonisti del recettore PPARnell’abuso di alcol sono stati pubblicati sulle riviste Biological Psychiatry e Alcolism: Clinical and Experimental Research. In quest’ultimo lavoro viene dimostrato come l’attivazione di questo recettore potenzi l’effetto di un’altra molecola, antagonista dei recettori oppiacei, attualmente in uso per la terapia contro l’alcolismo e la dipendenza da oppiacei. L’uso combinato di questi due composti potrebbe, dunque, avere un effetto migliorativo delle attuali terapie in uso.
“Ora abbiamo un terzo lavoro in revisione – commenta Ciccocioppo – sull’utilizzo degli agonisti del recettore PPARnella dipendenza da oppioidi. In questo caso abbiamo evidenze sui benefici nel trattamento della dipendenza da eroina, in quanto questi farmaci ridurrebbero, non solo la motivazione al consumo della stessa, ma anche lo sviluppo della ‘tolleranza’ all’azione analgesica degli oppioidi.”

Sulla base dei dati pubblicati sono state avviate 4 sperimentazioni cliniche, ora in corso negli Stati Uniti, che dovrebbero portare nel giro di un paio d’anni ai primi dati sull’uomo.

“Il fatto di avere farmaci ad azione PPARgià in uso come antidiabetici - conclude Ciccocioppo – rende più agevole la sperimentazione sull’uomo ed il traguardo della nuova indicazione.  

Un problema, infatti, che limita, nel nostro settore, lo studio di rimedi contro le dipendenze, è che non vi è una grande motivazione a sviluppare nuovi farmaci: da un lato perchè nella nostra società c’è la percezione che le ‘dipendenze’ non siano malattie, ma ‘difetti caratteriali’, poi perché chi soffre di questo problema non si considera ‘malato’, quindi non si cura. Il fatto di trovare percorsi che accelerino lo sviluppo di nuovi rimedi farmacologici è una strategia particolarmente importante, che bypassa alcuni step del percorso della sperimentazione, ottimizzando gli investimenti.”