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Ottimizzare le cure, importanza del monitoraggio immunologico  in reumatologia, nefrologia, neurologia e oncoematologia

Capire come i trattamenti impattano sulla risposta del nostro sistema immunitario e quindi come combattono la malattia, è fondamentale per ottimizzare e personalizzare le cure. Se ne è parlato oggi a Roma, in occasione di un incontro tra clinici e ricercatori, organizzato da Inrete con la collaborazione di Becton Dickinson azienda leader nel settore dei dispositivi medici. 

Capire come i trattamenti impattano sulla risposta del nostro sistema immunitario e quindi come combattono la malattia, è fondamentale per ottimizzare e personalizzare le cure. Se ne è parlato oggi a Roma, in occasione di un incontro tra clinici e ricercatori, organizzato da Inrete con la collaborazione di Becton Dickinson azienda leader nel settore dei dispositivi medici.

Il concetto di “sistema immunitario”, mai come in questo periodo di emergenza sanitaria, sta entrando nel vocabolario non solo dei pazienti ma dei cittadini in generale. Sempre più spesso, si parla di “reazione del sistema immunitario e di farmaci biologici”. Un’accoppiata vincente che oggi dispone di ulteriori armi per combattere patologie oncoematologiche ed autoimmuni in neurologia, reumatologia, nefrologia. Aree terapeutiche che corrispondono malattie con un pesante impatto sulla qualità di vita dei pazienti.

Pensiamo ad esempio alla sclerosi multipla o all’artrite reumatoide per citarne alcune. Grandi passi avanti sono stati fatti nella messa a punto di terapie in grado di contrastare queste patologie che ora fanno quindi meno paura ma che ancora necessitano di ulteriori e più specifiche cure. Oggi però c’è una freccia in più all’arco dei clinici.

Il monitoraggio immunologico con citometria a flusso: una tecnologia già ampiamente diffusa negli ospedali e che, grazie ad una particolare apparecchiatura, permette di quantificare le cellule sane rispetto a quelle malate attraverso un biomarker specifico di quella determinata patologia. In pratica, attraverso questa tecnologia il clinico è in grado di controllare la risposta del paziente andando a modificare l’approccio terapeutico in termini di frequenza e dosi di somministrazione arrivando anche a decidere di cambiare terapia laddove opportuno.

Questa strategia ha un impatto fondamentale per il paziente. Infatti, grazie a questa tecnica il clinico può impostare una terapia personalizzata che, tenendo conto dello stato del sistema immunitario del paziente e attraverso la modulazione della terapia, può prevenirne alcuni effetti collaterali ma soprattutto migliorarne l’efficacia. In pratica il sistema immunitario diventa protagonista della terapia la cui scelta passa attraverso il monitoraggio del sistema immunitario del paziente.

Queste, in sintesi, le evidenze del documento di consensus, su “Applicazione del monitoraggio immunologico. Focus sulle patologie autoimmuni e prospettive di sviluppo” realizzato - grazie al contributo incondizionato di Becton Dickinson con la collaborazione scientifica di EDRA,con i patrocini di FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti), SIN (Società Italiana di Neurologia), SIN RENI (Società Italiana di Nefrologia), ISCCA (Italian Society for cytometric cell analysis) ed elaborato da un board di clinici di cui Bruno Brando, Direttore Immunoematologia e Centro Trasfusionale, Ospedale Ovest Milanese di Legnano, fa parte.

“L'uso degli anticorpi monoclonali in terapia, - commenta Brando - ci offre la possibilità quasi unica di identificare chiaramente il bersaglio cellulare e di verificare il corretto meccanismo d'azione del farmaco. Il monitoraggio immunologico di laboratorio permette un uso razionale di questi potenti agenti e consente di calibrare in modo ragionato le terapie, massimizzandone l'efficacia e riducendo il rischio di effetti indesiderati."

Il sistema immunitario quindi, grazie anche alle nuove strategie terapeutiche, è ora maggiormente coinvolto nella lotta contro la malattia e questo rende ancora più indispensabile, per il clinico, poter valutare l’efficacia della ricostituzione immunologica ovvero come il sistema immunitario del paziente, sollecitato da nuovi farmaci, riesce a combattere la malattia, in altre parole come reagisce.

“Le terapie cellulari - commenta Martino Introna Responsabile Center of Cellular Therapy "G. Lanzani", ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo- vengono utilizzate soprattutto in ambito di trapianti e loro complicanze e di malattie tumorali. Per ogni specifica applicazione vi può essere un ruolo per la valutazione dell'assetto immunologico, ma è difficile generalizzare: per esempio, le gravi forme di leucemie trattate con linfociti T ingegnerizzati con le molecole dette CAR, hanno necessità di osservazione circa la loro permanenza, espansione e attività in vivo.

Per contro, le cellule chiamate "mesenchimali", estratte dalla parete del cordone ombelicale , ma che possono anche essere estratte dal tessuto adiposo, dalla placenta e dal midollo osseo , possono essere somministrate a pazienti trapiantati di midollo, che abbiano purtroppo sviluppato la complicanza chiamata Graft Versus Host Disease o malattia di trapianto contro l'ospite, una complicazione molto grave in cui il paziente soffre di una vera e propria aggressione immunologica dei suoi organi sani quali fegato, rene o cute, da parte di cellule del sistema immunitario del donatore. In questo caso la somministrazione di cellule ha mostrato la capacità di controllare, almeno in parte, questa violenta reazione immunologica mostrando quindi una azione "immunosoppressiva", avvalendosi di un monitoraggio del sistema immune per controllare il grado di "spegnimento" della sua aggressività contro il paziente”.

In particolare quindi, il monitoraggio del sistema immunitario, mette il clinico in grado non solo di prevenire gli eventuali effetti collaterali delle terapie ma anche di conoscere in maniera precoce quale sarà la risposta al trattamento. Come commenta il Carlo Maria Guastoni, Direttore UOC Nefrologia e Dialisi, Ospedale Ovest Milanese, Legnano, “la famiglia delle malattie renali è varia e numerosa ed annovera anche forme autoimmuni nelle quali il danno è dovuto alla produzione di anticorpi contro componenti del rene. In queste forme vengono utilizzati gli anticorpi monoclonali che agiscono proprio per impedire che il sistema immunitario inneschi la risposta autoimmune.

È questa una opzione terapeutica che nella maggior parte dei casi ottiene un miglioramento o la guarigione della malattia senza effetti collaterali gravi. Inoltre – continua Guastoni - il monitoraggio dell'assetto immunitario del paziente durante il percorso terapeutico è importante perché aiuta il clinico sia a comprendere i motivi di una eventuale mancata risposta, sia ad individuare il momento migliore per somministrare la terapia. Il monitoraggio immunologico può per questo essere considerato uno strumento molto utile alla personalizzazione della terapia”.

Risultati importanti il cui successo passa anche attraverso l’integrazione tra clinici e biologi, ricercatori e tecnici di laboratorio che, insieme, svolgono un ruolo fondamentale nell’identificazione del percorso di cura giusto per il paziente giusto. Dalla medicina di precisione quindi al laboratorio di precisione grazie alla sinergia virtuosa tra tutti gli attori coinvolti.