Procreazione medicalmente assistita: ormone FSH "naturale" e biotecnologico sono sovrapponibili. Lo dice la SIF

Attorno al tema della procreazione medicalmente assistita ruotano aspettative e timori di pazienti, clinici e aziende produttrici. La Societą Italiana di Farmacologia interviene sull'argomento con un position paper - documento/saggio di sintesi che ne illustra la posizione su questo tema.

Attorno al tema della procreazione medicalmente assistita ruotano aspettative e timori di pazienti, clinici e aziende produttrici.

La Società Italiana di Farmacologia interviene sull’argomento con un position paper – documento/saggio di sintesi che illustra la posizione su questioni attinenti l’attività della società.

La farmacologia ha fatto notevoli passi in avanti, negli ultimi anni, nel campo della sterilità grazie soprattutto allo sviluppo di nuove tecniche analitiche e produttive. Nella terapia contro l’infertilità il medico ricorre alla prescrizione di gonadotropine*, tra cui l’ormone follicolo-stimolante FSH.

Questo ormone è prodotto in qualità di farmaco ed è ottenuto per via estrattiva, dalle urine umane, oppure grazie alle tecniche biotecnologiche di sintesi.

Quale dei due – entrambi sul mercato – è più sicuro ed efficace? La SIF, riprendendo gli studi più recenti della letteratura scientifica, prova che i profili di sicurezza ed efficacia sono sovrapponibili per entrambi i prodotti.

«In termini prettamente farmacologici – sottolinea il professor Francesco Rossi della Seconda Università degli studi di Napoli e co-autore del documento – non c'è differenza fra le due forme, urinaria e ricombinante: a differenza di alcuni anni fa, quando si parlava di presunte patologie legate all’utilizzo delle forme estrattive, oggi la comunità scientifica è concorde nel rassicurare gli utenti di questi farmaci, anche se in verità non tutti gli operatori sanitari possiedono questa conoscenza».

Nonostante ciò, nella pratica clinica, viene preferito l’ormone ottenuto per via biotecnologica che, come spiega il professor Achille Caputi, in forze all’Università di Messina e co-autore del documento, «ha un costo più alto mediamente di circa il 30% rispetto al prodotto estratto e purificato dalle urine umane». Secondo gli autori sono diversi i motivi che portano a scegliere la forma ricombinante.

«Non è interesse del nostro position paper demonizzare il ricombinante oppure valorizzare esclusivamente l'altra soluzione – premette la professoressa Maria Angela Sortino dell’Università di Catania e co-autrice del documento – e riteniamo che, probabilmente la preferenza sia dovuta alla “attrattiva” rappresentata dalla novità dal prodotto più nuovo, quindi l’ormone di origine biotecnologica. Nondimeno, proprio con la forma ricombinante ci sono aspetti più semplici per quanto riguarda la somministrazione giacché non abbiamo a che fare con la fiala ma con la siringa».

A margine, nel documento degli autori, spazio anche a una nota critica che riguarda la normativa italiana che impone principi superati per i ricercatori benché ancora da superare nella pratica. Il riferimento è al Decreto legislativo 25/01/2001 “Caratteristiche e modalità per la donazione di sangue e di emocomponenti” che considera le “donne che hanno assunto farmaci estratti da urine umane – come nel caso dell’FSH “naturale” – permanentemente inidonee alla donazione di sangue e di emocomponenti. Si tratta, secondo gli autori, di una considerazione di carattere giuridico discriminante nei confronti della donna che ha utilizzato l’ormone di origine estrattiva, e che tra l’altro non si fonda su evidenze scientifiche.