Almeno due milioni di malattie e 23.000 decessi all'anno, solo negli Stati Uniti, sono causati da batteri resistenti agli antibiotici. E le stime, probabilmente, sono per difetto. A lanciare l’allarme sono i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta in un report appena pubblicato sull’aumento della resistenza agli antibiotici e sulle minacce che ne derivano per la collettività.

Il rapporto delinea con precisione i vari aspetti di un problema complesso e i passi da intraprendere per prevenire conseguenze catastrofiche.

"Se non stiamo attenti" ha detto ai giornalisti in conferenza stampa Thomas Frieden, direttore dei CDC, "sempre più pazienti saranno costretti a fare un salto indietro nel tempo, prima che avessimo farmaci efficaci". Infatti, ha aggiunto l’esperto, “per alcuni pazienti e alcuni organismi" siamo già in un’era “post- antibiotica”.

Il rapporto dei CDC è un documento di 113 pagine che fornisce una fotografia aggiornata della resistenza agli antibiotici negli Usa e, per la prima volta, classifica i patogeni resistenti in tre categorie: minacce urgenti, minacce gravi e minacce preoccupanti.

Al primo gruppo, ha spiegato Frieden, appartengono Clostridium difficile, le Enterobacteriaceae resistenti ai carbapenemi (CRE) e Neisseria gonorrhoeae farmaco-resistente. Le CRE sono ormai resistenti praticamente a tutti gli antibiotici e sempre più ceppi del batterio responsabile della gonorrea sono resistenti anche all’'ultima linea di farmaci attualmente disponibili.

Tra le minacce gravi figurano Staphylococcus aureus meticillino-resistente (MRSA) e le infezioni da Salmonella non tifoidi. Frieden ha spiegato che, sebbene siano stati fatti passi avanti nel controllo delle infezioni da MRSA, negli Stati Uniti se ne verificano ancora almeno 80.000 ogni anno. Infine, il gruppo delle minacce preoccupanti comprende patogeni come lo Staphylococcus aureus vancomicina-resistente (VRSA) e vari streptococchi.

Il direttore dei CDC ha poi spiegato che la nuova classificazione degli agenti patogeni si è basata su sette fattori: impatto clinico; impatto economico; incidenza; proiezione di incidenza a 10 anni; trasmissibilità; disponibilità di antibiotici efficaci; barriere alla prevenzione.

Non tutti potrebbero essere d’accordo sulla composizione della lista, ha commentato William Schaffner, della Vanderbilt University di Nashville e portavoce della Infectious Diseases Society of America. “Ma ciò che è importante” ha detto lo specialista, "è che i CDC abbiano raccolto tutte queste informazioni abbiano fatto una sintesi delle implicazioni della resistenza agli antibiotici".

E anche se l’allarme sulla resistenza agli antibiotici è stato lanciato da anni, il rapporto dei CDC rappresenta un punto di riferimento, perché offre il primo quadro “ veramente globale" del problema a livello nazionale, ha detto Michael Jacobs, dello University Hospitals Case Medical Center di Cleveland.

Il problema è in crescita da decenni, ha sottolineato ancora Jacobs, secondo il quale è improbabile che il nuovo rapporto porti a un cambiamento netto e immediato della situazione. “Sarà una battaglia lunga e lenta” ha detto lo specialista.

Tra i batteri classificati come minacce urgenti, il report stima che, come minimo, C. difficile sia responsabile di 250.000 casi di malattia e
14.000 decessi collegati alla resistenza agli antibiotici e all’uso di questi farmaci. Di per sé, C. difficile non è resistente alla maggior parte degli antibiotici utilizzati per debellarlo, ma le infezioni provocate da questo patogeno sono considerate come una conseguenza involontaria di un uso eccessivo di antibiotici. Tuttavia, un ceppo recente mostra resistenza ai fluorochinoloni, utilizzati comunemente per il trattamento di altre infezioni.

I CRE, si legge nel documento, causano circa 9.000 infezioni all'anno e circa 600 morti. Nel marzo scorso Frieden li ha definiti "batteri da incubo" e ha ribadito il suo giudizio nella recente conferenza stampa di presentazione del rapporto. Non solo sono importanti cause di morbilità e mortalità, ha detto l’esperto, ma possono diffondere elementi genetici che favoriscono lo sviluppo di resistenza in altre specie di batteri. Ha poi fatto notare che una decina di anni fa si erano trovati pazienti con infezioni da CRE in un solo Stato, mentre l’anno scorso sono stati segnalati in ospedali di 38 Stati.

Quanto a N. gonorrhoeae farmaco-resistente, Frieden ha osservato che è al secondo posto tra le infezioni segnalate con maggiore frequenza negli Stati Uniti, con circa 800.000 casi l'anno, di cui 246.000 farmaco-resistenti - e che si trasmette facilmente.

Gli infettivologi temono che potrebbe diventare resistente alle cefalosporine, specialmente ceftriaxone, il cardine del trattamento di prima linea. Se ciò dovesse accadere, stimano i CDC, l'impatto a 10 anni sarebbe di 75.000 nuovi casi di malattia infiammatoria pelvica, 15.000 casi di epididimite e 222 infezioni aggiuntive da HIV, con aumento dei costi sanitari diretti pari a 235 milioni dollari.

Frieden ha detto che se non si agisce ora, gli antibiotici potrebbero scomparire dal nostro arsenale terapeutico, ma ha aggiunto che non è troppo tardi per intervenire e che i CDC stanno lavorando a un approccio al problema articolato su quattro fronti, “che potrà fare una grossa differenza”.

L’approccio prevede la prevenzione delle infezioni, il monitoraggio delle infezioni resistenti agli antibiotici per capire le cause della resistenza e sviluppare strategie di prevenzione, un cambiamento delle modalità con cui stiamo impiegando gli antibiotici sia nell’uomo sia negli animali e lo sviluppo di nuovi farmaci e test diagnostici.

La prevenzione delle infezioni si potrebbe ottenere con misure semplici come ad esempio l’immunizzazione, una migliore igiene delle mani e una manipolazione sicura degli alimenti, in modo da permettere un minore utilizzo di antibiotici.

Christopher Ohl, del Wake Forest Baptist Medical Center di Winston – Salem, ha detto che si deve agire su tutti e quattro i fronti con uguale attenzione e che solo un approccio sfaccettato e multi direzionale, in grado di colpire fronti diversi, potrà funzionare.

Anche se ci sono vari antibiotici in fase di sviluppo - tra cui alcuni presentati alla recente Interscience Conference on Antimicrobial Agents and Chemotherapy, a Denver – i nuovi agenti appartengono per lo più a classi già note, ha sottolineato Michael Bell, della Division of Healthcare Quality Promotion dei CDC.

L’esperto ha aggiunto che, sin dall'inizio dell'era degli antibiotici, i batteri hanno prima o poi sviluppato resistenza ai principali antimicrobici. L’evoluzione batterica fa sì che questo fenomeno possa solo essere rallentato, ma non si possa mai arrestare. Per questo, c’è bisogno di nuovi agenti, ma “avere nuovi farmaci non sarà sufficiente" ha detto Bell. "Dobbiamo fare in modo di gestirli in modo corretto così da non sprecare risorse preziose".

Secondo le stime dei CDC, ben metà degli antibiotici utilizzati non sarebbero necessari. Il report sottolinea quindi l’esigenza di sviluppare e adottare programmi di gestione per ottimizzare l’uso di questi farmaci. Anche se in parte lo si sta già facendo (per esempio con l’MRSA, contro il quale sono stati fatti passi avanti notevoli per ridurne l’impatto), i CDC chiedono di accelerare l’implementazione di questi sforzi.

Schaffner, dal canto suo, ha fatto notare che l'industria farmaceutica probabilmente ha bisogno di incentivi per investire con maggiore impegno sullo sviluppo di nuovi antibiotici di nuove classi. Questo farmaci sono costosi da produrre, ha osservato, e probabilmente, una volta approvati, andrebbero inizialmente riservati a un impiego di seconda e terza linea, al fine di ritardare l'inevitabile sviluppo di nuove resistenze. E anche se sono fossero ampiamente utilizzati, ha aggiunto, lo sarebbero per brevi periodi di tempo in ogni paziente, limitando così il ritorno economico per il produttore.

Rapporto dei CDC sulla resistenza agli antibiotici

Alessandra Terzaghi