Entro l’anno, Eli Lilly inizierà uno studio di fase III che avrà lo scopo di valutare solanezumab in pazienti con Alzheimer di grado lieve. Lo scorso anno il farmaco aveva  in larga parte deluso le aspettative fallendo il raggiungimento dell’end point in due ampi studi di fase III condotti in pazienti con malattia di grado da lieve a moderato.

Denominato Expedition 3, il nuovo studio arruolerà 2.100 pazienti con sintomi lievi di malattia. Sarà quindi molto più esteso rispetto ai due precedentemente conclusi. I primi pazienti verranno arruolati nel mese di settembre e lo studio durerà 18 mesi. Considerando che per arruolare i pazienti si stima ci vorranno 22 mesi, lo studio sarà completato nel 2017. Lilly alza la posta, evidentemente ci crede fino in fondo.

Solanezumab è un anticorpo monoclonale che ha come target la proteina beta amiloide presente in concentrazioni elevate nei pazienti con malattia di Alzheimer, ma il cui ruolo eziopatogenetico è ancora oggetto di discussione.

I due trial dello scorso anno, come detto poc'anzi, non erano stati positivi. Tuttavia, una successiva analisi dei risultati combinati aveva suggerito che il farmaco era in grado di rallentare il declino cognitivo del 34% rispetto al placebo nei pazienti con Alzheimer lieve.  Inoltre, un’analisi sui biomarker dei dati combinati dei due studi di fase III aveva mostrato che il trattamento con l’anticorpo monoclonale ha portato a un aumento dei livelli plasmatici di beta amiloide nei pazienti malati di Azhemier, a indicare che il farmaco ha ridotto i livelli della proteina tossica nel cervello. Invece, non erano state osservate variazioni in altri biomarker della malattia di Alzheimer come la proteina tau, la tau fosforilata, il volume dell’ippocampo, il volume cerebrale totale o l’accumulo di amiloide misurato con la PET.

I risultati di questi trial hanno quindi giustificato il mantenimento dell’interesse sull’amiloide come bersaglio terapeutico nella ricerca sulla malattia di Alzheimer. Questa proteina è un biomarker misurabile che si pensa contribuisca al declino cognitivo nei pazienti colpiti dalla malattia. Il suo ruolo eziopatogenetico, tuttavia, è ben lungi dall’essere compreso e ancora oggetto di discussione. Soprattutto, la biologia dell’amiloide è molto complessa e ci sono molte incertezze circa le modalità di intervento.

Lo scorso agosto Pfizer e Johnson&Johnson avevano interrotto lo sviluppo clinico della formulazione endovena di bapinezumab, un anticorpo monoclonale simile a solanezumab, studiato in pazienti con Alzheimer da lieve a moderato, dopo che il medicinale non aveva raggiunto gli endpoint principali di due studi di fase III.

Anthony Ware, Lilly's senior vice president per lo sviluppo dei farmaci di Eli Lilly ha espresso fiducia che solanezumab possa raggiungere gli end point dello studio, in una popolazione con malattia in fase più precoce. “Riteniamo che i dati degli studi Expedition 1 e Expedition 2 fossero molto incoraggianti e stiamo lavorando perchè questo programma abbia successo” ha affermato in un’intervista.

Eric Siemers, senior medical director dei programmi di Lilly nell’Alzheimer stima che circa il 25% dei pazienti arruolati nei primi due trial non avesse depositi di beta amiloide e perciò non aveva l'Alzheimer  e dunque solanezumab non potesse essere di alcun aiuto. Molto pazienti erano stati arruolati unicamente in base alla loro sintomatologia.
    
Adesso la ricerca è andata avanti e ci sono dei test diagnostici molto più accurati per stabilire la presenza di beta amiloide. La stessa Lilly commercializza Amyvid, un agente radiodiagnostico che ha proprio questo scopo. Ecco perché l'aruolamento sarà un processo molto più lungo del solito, Lilly intende procedere con molta accuratezza.

A parte lo studio di Lilly, a breve partiranno altri due trial, sempre condotti su solanezumab. Il primo, denominato A4,  è sponsorizzato dal National Institutes of Health, prenderà il via all’inizio del prossimo anno e arruolerà 1000 pazienti di età compresa fra 70 e 85 anni con vali livelli di betaamiloide ma che non presentano ancora i  sintomi di Alzheimer.

Vi è poi un secondo trial indipendente, coordinato dalla Washington University School of Medicine di  St. Louis che studierà solanezumab e gantenerumab, farmaco di Roche in sviluppo per l’Alzheimer e con simile meccanismo di azione. Il trial, che partirà all’inizio del 2013, valuterà i due farmaci in pazienti giovani con alto rischio genetico di sviluppare l’ Alzheimer (early-onset familial Alzheimer disease, eFAD). Lo studio è sponsorizzato da fondi statali Usa e ha il supporto del Dominantly Inherited Alzheimer’s Network (DIAN), un network di centri che studia le forme genetiche di Alzheimer che fanno si che le persone siano colpite dalla malattia in età molto giovane, tra i 30 e i 40 anni.