Uno studio di coorte appena pubblicato sul British Journal of Psychiatry, a firma di un gruppo dell’Università di Taipei, a Taiwan, suggerisce che l’anestesia e la chirurgia aumentano in modo significativo il rischio di demenza.

In particolare, lo studio, condotto presso il Neurological Institute del Taipei Veterans General Hospital, mostra che il rischio di sviluppare una demenza entro 3-7 anni da un intervento chirurgico in anestesia è quasi raddoppiato. Inoltre, la demenza è stata diagnosticata prima nei pazienti che avevano subito un intervento in anestesia rispetto a coloro che non avevano subito queste procedure.

I risultati dello studio vanno ad aggiungersi alle "crescenti preoccupazioni che gli agenti anestetici possano avere complicanze neurodegenerative" ha detto l’autrice senior dello studio, Jong-Ling Fuh, in un’intervista.

"Gli studi in vitro e sull’animale hanno dimostrato che gli anestetici per via inalatoria possono stimolare l’oligomerizzazione della beta amiloide e compromettere la memoria. Resta tuttavia dibattuto se l'anestesia e la chirurgia contribuiscano allo sviluppo della demenza nell’uomo” ha aggiunto la ricercatrice.

"Questo studio di popolazione fornisce una prova statisticamente valida dell’esistenza di un’associazione tra demenza, da una parte, e anestesia e chirurgia, dall’altra. I nostri risultati rafforzano l’opinione che i pazienti sottoposti ad anestesia per un intervento chirurgico possano avere un maggior rischio di demenza" ha proseguito la Fuh.

E ancora, ha detto, "anche se non sappiamo come ridurre il rischio di demenza dopo l’anestesia e la chirurgia, alla luce dei nostri dati i medici e i chirurghi dovrebbero vigilare con maggior attenzione sul possibile sviluppo di un declino cognitivo post-operatorio nel lungo periodo in quei pazienti che hanno fatto un intervento chirurgico con anestesia”.

Per questo studio, la Fuh e gli altri autori hanno utilizzato il Taiwan National Health Insurance Research Database, nel quale hanno esaminato le cartelle di 24.901 pazienti al di sopra dei 50 anni che avevano fatto un'anestesia per un intervento chirurgico tra il 2004 e il 2007, e di 110.972 individui scelti a caso come gruppo di controllo e appaiati per età e sesso. Sono stati esclusi tutti i soggetti con una storia di cancro, demenza, Parkinson, ictus oppure già sottoposti a interventi di neurochirurgia.

Durante i 3-7 anni di follow-up, a 661 pazienti del gruppo sottoposto all’anestesia (il 2,65%) e 1539 del gruppo di controllo (l’1,39%) è stata diagnosticata una demenza, nella maggioranza dei casi rappresentata dalla malattia di Alzheimer.

La diagnosi è stata posta prima nel gruppo che aveva subito un’anestesia (in media 907 giorni) rispetto al gruppo di controllo (in media 1104 giorni; P < 0,0001).

Dopo aver aggiustato i dati in funzione dell’eventuale presenza di ipertensione, iperlipidemia, depressione e all'indice di Charlson, i pazienti sottoposti all'anestesia e alla chirurgia hanno mostrato un rischio stimato di sviluppare una demenza 1,99 volte maggiore (IC al 95% 1,81-2,17; P < 0,001). Invece, il genere sembra non avere alcun effetto, in quanto il rischio di andare incontro a demenza dopo l'anestesia è risultato aumentato in modo simile negli uomini e nelle donne.
Il rischio è apparso maggiore con l'anestesia regionale ( hazard ratio, HR, aggiustato 1,80; IC al 95% 1,57-2,07), seguita dall’anestesia per via endovenosa/intramuscolare (HR aggiustato 1,60; IC al 95% 1,11-2,30) e dall'anestesia generale (HR 1,46; IC al 95% 1,28-1,68).

Degli otto tipi di chirurgia, cinque (interventi dermatologici, muscolo-scheletrici, genito-urinari, oftalmici e gastroenterologici) sono risultati associati a un rischio aumentato di demenza, mentre gli altri (otorinolaringoiatrici, respiratori e cardiovascolari) no.

Gli autori invitano, comunque, alla cautela nel pensare via sia un nesso di causalità tra lo sviluppo di demenza e la neurotossicità associata all’anestesia, e avvertono che sono necessari altri studi clinici per indagare meglio su quest’associazione e verificare se tale nesso esista o no.
Opinione condivisa da Roderic G. Eckenhoff, anestesista e rianimatore dell’Università della Pennsylvania di Philadelphia, secondo il quale questo "è un settore che necessita di ulteriori chiarimenti”.

Per esempio, si è chiesto lo specialista, “è l'intervento chirurgico vero e proprio, o l’anestesia, o lo stress di essere in ospedale ad aumentare il rischio? Probabilmente tutte queste cose insieme, ma probabilmente è la procedura chirurgica in sé ad aumentarlo maggiormente" ha detto Eckenhoff.
L’anestesista ha anche sottolineato che il vero punto di forza dello studio è la sua dimensione e che l’entità del rischio evidenziata è abbastanza in linea con quella emersa in alcuni degli altri studi condotti sull’argomento.

Nel contempo, ha avvertito Eckenhoff, un difetto di base del lavoro è che i pazienti che necessitano di un intervento chirurgico sono in realtà diversi rispetto a quelli che non ne hanno bisogno ed è possibile che siano tali differenze, e non il fatto di aver subito un intervento chirurgico in sé, a spiegare la diversa predisposizione a sviluppare la demenza.
Lo specialista si è detto convinto che alla fine si scoprirà che ci sono piccoli gruppi di pazienti più vulnerabili di altri a insulti come la chirurgia e che in seguito vanno incontro a un declino cognitivo più rapido. “La sfida è capire chi sono queste persone e per farlo servono biomarcatori davvero buoni" ha concluso Eckenhoff.

P. Chen, et al. Risk of dementia after anaesthesia and surgery. Br J Psychiatry. 2014;204:188-193. Doi: 10.1192/bjp.bp.112.119610.
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