Lo sviluppo di resistenza agli antibiotici, dopo un ciclo di assunzione di questi farmaci, è un fenomeno diffuso e duraturo nel tempo, potendo permanere fino a 12 mesi. Lo provano i risultati di un ampio studio di revisione condotto da ricercatori dell'Università di Bristol e pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista British Medical Journal (Bmj), insieme a un articolo di commento e a un editoriale che sottolineano la necessità di puntare allo sviluppo di nuovi antibiotici, proprio per far fronte a questa situazione.

Scopo dello studio - una revisione sistematica della letteratura - è stato valutare lo sviluppo di resistenza agli antibiotici in pazienti in terapia con questi farmaci nell'ambito di cure primarie. I ricercatori si sono concentrati su 24 studi: 5 studi clinici randomizzati e 19 studi osservazionali. Nel complesso, 22 studi erano riferiti a pazienti in trattamento per infezioni sintomatiche - di norma infezioni respiratorie o delle vie urinarie - e 2 a volontari sani.

Risultato: in molti casi, i pazienti trattati mostravano segni di resistenza agli antibiotici nel mese successivo al ciclo di trattamento, resistenza che talvolta si prolungava a distanza di un anno. Alcuni studi hanno permesso di verificare che tassi di resistenza più elevati erano associati a cicli multipli di trattamento, oppure a cicli più lunghi. Per due antibiotici in particolare, amoxicillina e trimetoprim, si è inoltre osservato un effetto dipendente dalla dose impiegata.

Le prospettive di una situazione del genere sono chiare: "Lo sviluppo di resistenza non solo aumenta il carico di microrganismi resistenti agli antibiotici di prima linea presenti nella popolazione, ma crea anche le condizioni per un incremento nell'utilizzo di antibiotici di seconda linea, in tutta la comunità", hanno scritto gli autori dell'articolo. Per questo motivo, a un paziente che abbia già ricevuto uno o più trattamenti di antibiotici di prima linea nel corso dei 12 mesi precedenti si dovrebbe prescrivere - in caso di necessità per una nuova infezione respiratoria o urinaria - un antibiotico differente.

La scelta primaria per i medici, comunque, dovrebbe essere quella di prescrivere il minor numero possibile di cicli di antibiotici, e per il periodo più breve possibile, discutendo con i loro pazienti benefici e rischi dell'assunzione di questi farmaci.

La questione è talmente seria che un editoriale pubblicato dallo stesso Bmj a commento della revisione non esita ad affermare che "c'è in gioco il futuro della medicina, dal trapianto di organi alla chemioterapia, e non ci saranno offerte seconde possibilità". La soluzione? Tanta ricerca, per lo sviluppo di nuovi farmaci in grado di attaccare batteri multiresistenti. O anche per mettere a punto strategie alternative per migliorare la nostra capacità di convivenza con i microrganismi, come suggerisce il libro "I buoni e i cattivi. Come sopravvivere in un mondo dominato dai batteri" della giornalista scientifica Jessica Snyder Sachs (Longanesi, 2009).

Studio del Bmj