Raddoppiare, quadruplicare o addirittura aumentare di otto volte la dose di mantenimento dei corticosteroidi per via inalatoria all’inizio di una riacutizzazione asmatica non porta a un miglioramento significativo dei sintomi o a un minor impiego di corticosteroidi orali. È questo il risultato di uno studio controllato e randomizzato condotto su bambini e adolescenti asmatici, appena presentato a San Francisco all’ultimo congresso American Academy of Allergy, Asthma, and Immunology.

“Se vi accorgete che il vostro paziente sta peggiorando” ha detto durante la sua presentazione il primo autore Ejaz Yousef, allergologo e immunologo della Nemours Children’s Clinic di Wilmington, nel Delaware “usate il vostro giudizio clinico e dategli un corticosteroide per bocca ma non aumentate quello inalatorio, perché questo non fa la differenza; e in più ha alcune conseguenze negative: per esempio può determinare una soppressione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene”.

Nel 1997, per la gestione delle riacutizzazioni asmatiche, il National Asthma Education and Prevention Program aveva raccomandato il raddoppio della dose di mantenimento degli steroidi inalatori come alternativa agli steroidi orali. Da allora, però, sono stati pubblicati almeno due studi che non hanno mostrato un miglioramento significativo dei sintomi nei pazienti trattati con la dose doppia rispetto al placebo. Resta però da stabilire che impatto potrebbero avere dosaggi ancora più elevati sulla necessità di steroidi orali.

Per scoprirlo, Yousef e i suoi collaboratori hanno raccolto i dati relativi a 197 bambini e adolescenti di età compresa tra i 2 e i 17 anni, che erano in terapia di mantenimento con corticosteroidi inalatori da almeno 90 giorni. I pazienti sono stati quindi divisi in tre gruppi assegnati ciascuno a un diverso protocolli di trattamento da 12 giorni da implementare se i bambini mostravano una riacutizzazione dei sintomi asmatici con una dose doppia, quadrupla o otto volte maggiore rispetto a quella di mantenimento.

I medici hanno valutato lo stato clinico dei pazienti mediante chiamate telefoniche o visite dopo l’avvio del protocollo terapeutico e ai partecipanti era richiesto di riferire i sintomi entro 72 ore dall’esordio.

L’outcome primario era la percentuale di pazienti in cui si rendeva necessario passare al trattamento con steroidi sistemici, mentre quello secondario era rappresentato dalla differenza nei punteggi dei sintomi asmatici tra i tre gruppi di trattamento, per valutare se un protocollo fosse superiore agli altri.

Dei pazienti arruolati, 82 (con un età media di 6 anni) hanno completato il protocollo assegnato e solo quattro di essi (due nel gruppo trattato con la dose doppia e due in quello trattato con la dose quadrupla) hanno richiesto un trattamento con steroidi sistemici. Gli autori non hanno inoltre rilevato differenze significative nei tre gruppi riguardo ai punteggi medi dei sintomi asmatici al basale e dopo 3, 7 e 14 giorni, mentre i punteggi sono migliorati durante il trattamento in tutti i pazienti indipendentemente dal dosaggio di steroide inalatorio utilizzato.

Non sono state poi evidenziate differenze significative tra i diversi gruppi nel tempo intercorrente tra l’esordio dei sintomi e l’inizio della terapia, né differenze tra i pazienti che hanno avuto bisogno o meno di ricorrere agli steroidi sistemici.

Questi risultati, scrivono gli autori nell’abstract, suggeriscono che “non è il farmaco da solo ad aver migliorato l’outcome”. Invece, “è possibile che l’effetto placebo connesso alla somministrazione di un farmaco, lo stretto contatto con un medico supervisore e il contatto precoce con il curante durante una riacutizzazione abbiano giocato un ruolo significativo nell’ottenere questi risultati”.

E. Yousef et al. Ineffectiveness of High-dose Inhaled Corticosteroids for control of Pre-exacerbation Asthma Symptoms; Randomized Controlled Trial. Abstract 317