Una terapia aggiuntiva con daclizumab potrebbe ridurre l'attività di malattia nella sclerosi multipla più del solo interferone beta. Lo rivela lo studio CHOICE, pubblicato anticipatamente online su The Lancet Neurology.

Daclizumab è un anticorpo monoclonale umanizzato diretto contro la subunità alfa del recettore dell'interleuchina-2 nei linfociti T. In passato, il farmaco era commercializzato da Hoffman La Roche, con il nome commerciale di Zenapax, come immunosoppressore per la prevenzione del rigetto nei trapianti d'organo, soprattutto quelli di rene. Attualmente, grazie all'accordo tra Biogen Idec e Facet Biotech, che lo stanno sviluppando congiuntamente per il trattamento della sclerosi multipla, il prodotto potrebbe vivere una seconda giovinezza.

Daclizumab ha già mostrato di essere in grado di ridurre  le lesioni cerebrali tipiche della malattia in precedenti studi non randomizzati. In quello appena concluso, in particolare, si è voluto verificare se il farmaco fosse in grado di ridurre l'attività della malattia in pazienti con sclerosi multipla recidivante attiva che stavano assumendo la terapia standard a base di interferone beta.

Il trial, uno studio multicentrico di fase II, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, ha coinvolto 230 pazienti con sclerosi multipla recidivante attiva, di età compresa tra 18 e 55 anni e in trattamento da almeno 6 mesi con interferone beta. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale al trattamento con daclizumab sottocute 2 mg/kg ogni 2 settimane (gruppo interferone beta e daclizumab ad alto dosaggio; n = 75) daclizumab 1 mg/kg ogni 4 settimane (gruppo interferone beta e daclizumab a basso dosaggio; n = 78) oppure interferone beta e placebo per 24 settimane (n = 77).
L'endpoint primario era il numero totale di lesioni captanti il gadolinio, nuove o allargate, alla risonanza magnetica per immagini ogni quattro settimane dall'8a settimana alla 24ma. Un sottostudio esplorativo ha anche valutato gli effetti dell'anticorpo su un particolare sottogruppo di cellule del sistema immunitario e sulla risposta immunitaria.

Nel gruppo interferone beta più placebo il numero medio aggiustato di lesioni captanti il gadolinio nuove o allargate è stato pari a 4,75, contro 1,32 nel gruppo interferone beta più daclizumab ad alto dosaggio e 3,58 nel gruppo interferone beta e daclizumab a basso dosaggio.
Nel sottostudio esplorativo, l'aggiunta di daclizumab alla terapia standard non ha portato a variazioni significative dei numeri assoluti delle cellule T, delle cellule B o della risposta proliferativi delle cellule T rispetto al solo interferone beta. Il numero delle cellule CD56bright natural killer è risultato da 7 a 8 volte superiore in entrambi i bracci daclizumab rispetto al braccio interferone beta/placebo.
Gli eventi avversi comuni sono risultati ugualmente distribuiti nei due gruppi.

"Questo studio conferma che il trattamento con daclizumab determina un'espansione delle cellule CD56bright natural killer e aggiunge un'evidenza alla teoria secondo la quale l'espansione di questa popolazione cellulare potrebbe mediare alcuni degli effetti dell'anticorpo nel ridurre l'attività della sclerosi multipla" hanno dichiarato gli autori. "Al di là dei risultati degli studi precedenti sul farmaco, diverse evidenze hanno suggerito una possibile funzione immunoregolatrice di queste cellule, che, difatti, sono espanse in condizioni di immunotolleranza naturale, quali ad esempio la gravidanza".

Sulla stessa linea le affermazioni contenute nell'editoriale di commento allo studio, firmato da Olaf Stüve e Benjamin M. Greenberg, del Southwestern Medical Center dell'Università del Texas: "tutte le evidenze cliniche e paracliniche suggeriscono che daclizumab medi i suoi effetti benefici in parte attraverso un'espansione delle cellule CD56bright natural killer. Ora potrebbe valer la pena di indagare più a fondo su come espandere questa popolazione cellulare con altri metodi... Identificare i meccanismi che portano all'espansione di queste cellule nelle fasi di remissione della malattia potrebbe rivelarsi di importanza cruciale per capire ancor meglio i meccanismi alla base della malattia e per sviluppare nuovi farmaci".

The Lancet Neurology