I pazienti che prima di essere ricoverati in una unità di terapia intensiva presentano un deficit di vitamina D hanno un rischio superiore di sviluppare sepsi e di mortalità una volta sviluppata la malattia. E’ quanto emerso da due studi presentati in occasione del Congresso della Society of Critical Care Medicine.

Negli studi, i pazienti con livelli ridotti di 25(OH)D prima di essere ricoverati in ospedale avevano una probabilità superiore di sviluppare sepsi dopo l’ospedalizzazione, rispetto ai soggetti con livelli d vitamina D nella norma (OR 1,51, 95% CI 1,35 – 2,08). E tra i pazienti che avevano sviluppato sepsi, la mortalità a 30 giorni dall’ospedalizzazione era più elevata in quelli con deficit di vitamina D (OR 1,55, 95% CI 1,02 – 2,34).

Nel primo studio, i ricercatori del Brigham and Women's Hospital di Boston  hanno analizzato i dati di 3.386 pazienti adulti di età media pari a 66 anni, ricoverati nelle unità di terapia intensiva medica o chirurgica, tra il 1998 e il 2011,  presso il Massachusetts General Hospital o il Brigham and Women's Hospital e per i quali erano disponibili i dati sui livelli di vitamina D nell’anno precedente l’ospedalizzazione.

Il deficit di vitamina D era definito come un livello di 25(OH)D uguale o inferiore a 15 ng/ml. Livelli superiori a 15 ng/ml e inferiori a 30 ng/ml indicavano livelli di vitamina D insufficienti e livelli superiori a 30 ng/ml indicavano livelli sufficienti di vitamina D.

Dei pazienti analizzati, il 17% ha sviluppato sepsi e la mortalità generale durante il ricovero era del 12,2%. Entro un anno, il 26% dei pazienti analizzati è deceduto. Ad ogni intervallo di tempo preso in considerazione, la mortalità era superiore nei pazienti che avevano sviluppato sepsi, raggiungendo il 44,6% a un anno.

Livelli carenti di vitamina D prima dell’ospedalizzazione erano associati a un rischio aumentato di sepsi (OR 2,45). L’associazione era significativa anche dopo aggiustamento per possibili fattori di confondimento.

Il secondo studio della Loma Linda University in California ha confermato i risultati della ricerca precedente.

Gli esperti si sono concentrati sulla relazione tra i livelli di 1-25(OH)2D misurati nelle prime 72 ore durante l’ospedalizzazione e la mortalità a 30 giorni nei pazienti che avevano sviluppato sepsi.
Lo studio aveva analizzato 91 pazienti adulti che si erano presentati nei dipartimenti d’emergenza e successivamente ricoverati nell’unità di terapia intensiva. L’età media dei partecipanti era di 59,1 anni e il 53% erano donne.

In generale, l’11% dei pazienti è deceduto entro 30 giorni dall’ospedalizzazione.
Rispetto ai pazienti ancora in vita dopo 30 giorni, quelli deceduti presentavano un deficit di 1-25(OH)2D misurato al momento del ricovero (20,4 vs 31,5 pg/ml, P=0,04). Al contrario non sono state osservate differenze nei livelli di 25(OH)D, tra i pazienti sopravvissuti e quelli deceduti.

I livelli dell’ormone paratiroideo erano simili al momento del ricovero, ma erano più elevati dopo  24, 48 e 72 ore nei pazienti ancora in vita dopo 30 giorni.

In un’analisi multivariata, la mortalità a 30 giorni era associata significativamente all’età avanzata (OR 1,08, 95% CI 1,03 – 1,12). Il rischio di non essere in vita dopo 30 giorni dall’ospedalizzazione era ridotto nei pazienti con livelli elevati di calcio (OR 0,55, 95% CI 0,38 – 0,80) e di 1-25(OH)2D (OR 0,84, 95% CI 0,76 – 0,92).
Comunque, spiegano gli autori, gli studi presentano delle limitazioni, ad esempio il campione statistico ridotto e i risultati devo quindi essere confermati da studi più ampi.

Moromizato T, et al "Pre-hospital vitamin D deficiency and sepsis in the critically ill" SCCM 2013; Abstract 24.

Sai A, et al "Discovery of a novel outcome prognosticator for sepsis with therapeutic implications: decreased serum 1,25-dihydroxyvitamin D" SCCM 2013; Abstract 23.