Nei pazienti affetti da tumore al polmone, potrebbe bastare un semplice esame del sangue che rilevi la presenza di specifici biomarker proteici per identificare i soggetti con le maggiori probabilità di rispondere a erlotinib (Tarceva, Roche e OSI). Lo sostiene uno studio coordinato da David Carbone, del Vanderbilt-Ingram Cancer Center di Nashville (Tennesse, Usa) e presentato da poco alla European Lung Cancer Conference, a Ginevra, in Svizzera.

Carbone e il suo gruppo hanno analizzato i campioni plasmatici dei pazienti dello studio BR.21 (uno studio canadese pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2005), che aveva dimostrato la capacità di erlotinib di prolungare la sopravvivenza rispetto al placebo dopo il fallimento della prima e della seconda linea nel tumore del polmone non a piccole cellule. Il farmaco è un anticorpo monoclonale inibitore del recettore del fattore di crescita delle cellule epidermiche (EGFR), che è sovraespresso in determinati tipi di tumori, incluso quello al polmone.

I ricercatori hanno analizzato i campioni prelevati prima dell'inizio del trattamento sia nei pazienti randomizzati a erlotinib sia in quelli del gruppo placebo, alla ricerca di profili proteomici già noti per essere fattori predittivi dell'outcome nei soggetti trattati con anti-EGFR.

"Il test proteomico, confrontando profili ‘buoni' e ‘cattivi', è stato fortemente prognostico per entrambi i bracci di trattamento" ha detto Carbone. " I pazienti con profili ‘buoni' hanno mostrato una percentuale di riposta significativamente superiore a quelli con profili ‘cattivi' (9,8% vs. 0,9%; P = 0,002).
L'autore ha fatto notare che esistono già dei test in grado di evidenziare se un paziente ha il profilo genetico adatto per rispondere al farmaco, ma questi metodi prevedono il sequenziamento del materiale genetico, che è complesso e costoso, oppure si basano sulla tecnica FISH (fluorescence in-situ hybridization), che però richiede la disponibilità di un campione bioptico da osservare al microscopio.

"La FISH nel complesso è stata un miglior fattore predittivo di risposta, ma questo test si può eseguire solo con un'adeguata quantità di campione tissutale, che in questo studio era disponibile solo per il 22% dei partecipanti" ha precisato Carbone. "Con il test ematico, si è potuto determinare lo status proteomico per il 99% dei pazienti".

Secondo il ricercatore, "questo test potrebbe essere utile per identificare i sottogruppi di pazienti con una buona prognosi e che hanno probabilità di rispondere a erlotinib, e in particolare per quelli i cui campioni tissutali sono insufficienti o non disponibili".