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Farmaci long-acting per l'HIV: una novitą dietro l'angolo #SIMIT2020

Stiamo vivendo un momento storico particolare dell'infezione da HIV. Mai come in questo momento abbiamo avuto a disposizione tanti farmaci efficaci nuovi e ben tollerati, quasi dieci possibili associazioni con oltre 90% di efficacia nella pratica clinica. Al congresso della Societą Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) 2020 si č discusso delle ulteriori opportunitą offerte dall'avvento dei nuovi farmaci long-acting.

Stiamo vivendo un momento storico particolare dell'infezione da HIV. Mai come in questo momento abbiamo avuto a disposizione tanti farmaci efficaci nuovi e ben tollerati, quasi dieci possibili associazioni con oltre 90% di efficacia nella pratica clinica. Al congresso della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) 2020 si è discusso delle ulteriori opportunità offerte dall’avvento dei nuovi farmaci long-acting.

Il 55% delle persone sieropositive nel Nord America ha un’aderenza subottimale e il 70% delle popolazioni in Africa assume la terapia in modo non corretto, per ragioni soprattutto legate alle caratteristiche del regime terapeutico e agli effetti collaterali, ma anche agli aspetti psicosociali.

«Per migliorare ulteriormente occorre ridurre l'esposizione alla terapia antiretrovirale, disporre di nuovi farmacie e di imparare a gestire le nuove formulazioni a lungo rilascio» ha spiegato nella sua relazione al congresso il prof Andrea Gori, Direttore dell'UOC di Malattie Infettive, AO San Gerardo, Monza; Università degli Studi di Milano-Bicocca. «Prossimamente saranno disponibili diverse tecnologie, come impianti gastrici, farmaci iniettabili, terapie monoclonali o piccole impianti sottocute o ancora anelli vaginali.

Oltre alle terapie che già conosciamo, vi sono regimi a due farmaci in sviluppo per la terapia dell’HIV e molecole che invece che saranno commercializzate nei prossimi dieci anni. Le caratteristiche principali sono la possibilità di essere efficaci per 1-2 mesi, non richiedono degli aggiustamenti di dosaggio, non hanno interazioni con il cibo e con il citocromo e quindi con altri farmaci, cosa che ancora avviene in modo cospicuo con le terapie attuali.

A breve la prima terapia long-acting: CAB/RPV LA
Tra non molto sarà disponibile la prima combinazione a due farmaci cabotegravir/rilpivirina long-acting (CAB/RPV LA) a somministrazione intramuscolare, preferibilmente nel gluteo. Forma un deposito all’interno del muscolo che viene assorbita lentamente e passa nel circolo sanguigno.

Il successo virologico verso le terapie di confronto negli studi di fase III FLAIR, ATLAS e ATLAS-2M ha portato all’approvazione del farmaco da parte di Fda ed Ema e la disponibilità avverrà intorno al mese di luglio 2021. Nei tre studi anche l’andamento dei blip viremici (episodi isolati di viremia superiore alle 50 copie/ml dopo la soppressione virologica) è risultato sovrapponibile a quello del braccio di controllo, così come l’entità della popolazione sotto le 50 copie.

«Oggi si utilizza la terapia long-acting dopo una fase di lead-in, cioè si somministra per un periodo la stessa formulazione per via orale e, se ben tollerata, si passa alla fase iniettiva» ha continuato Gori. «Il confronto tra la somministrazione tramite lead-in o direttamente iniettiva dà esiti sovrapponibili in termini virologici e di farmacocinetica, evidenziando come il lead-in di fatto non sia necessario e che questi farmaci possono quindi essere somministrati sin dall'inizio per via iniettiva».

Dal punto di vista della safety la somministrazione intramuscolare non comporta particolari effetti collaterali, a eccezione di un 25% di reazione al sito di inoculo del farmaco, nel 99% dei casi di grado 1-2. Solo l’1% dei partecipanti ha interrotto la terapia e il 55% ha riportato in un anno almeno tre eventi avversi nel sito di iniezione.

Da sottolineare anche il dato relativo all’accettazione del trattamento. Questa modalità di somministrazione va a vantaggio della qualità della vita del paziente, in termini di soddisfazione del miglioramento dell'aderenza alla terapia. Il 98% dei pazienti ha dichiarato una maggiore soddisfazione rispetto alla terapia dalla quale venivano.

Un problema importante in termini di aderenza sono le infezioni acquisite per via perinatale: in una casistica su giovani tra 13 e 24 anni, l’88% ha dischiarato di apprezzare e di preferire la terapia iniettiva in quanto in grado di mantenere un'aderenza migliore.

«Credo che questo comporterà un cambiamento importante, perché il trattamento LA migliorerà sicuramente molte delle problematiche legate all'assunzione della terapia. Migliorerà lo stigma, l'aspetto psico-sociale e l'ansia legata all’aderenza» ha commentato il prof. «Cambieranno anche le abitudini: passando dalle compresse ai farmaci LA il paziente ne trarrà un grande giovamento, a cui dovrà corrispondere anche un cambiamento del management all'interno delle nostre strutture. Medico e paziente dovranno organizzarsi in maniera diversa, perché la gestione della terapia iniettiva non è infatti così semplice. Richiede un passo in avanti nell’organizzazione degli ambulatori perché un paziente in terapia iniettiva necessita di un tempo più lungo per essere gestito».

I farmaci long-acting porteranno una rivoluzione in diverse aree delle malattie infettive. «Nell’HIV siamo più avanti ma ci sono sviluppi anche per la tubercolosi, la malaria e l'epatite. Immaginiamo quale possa essere l'impatto per un bambino in area malarica che viene protetto per tutta la stagione da una sola iniezione di farmaco, oppure una donna in Zambia che assume una singola compressa di due settimane e viene protetta praticamente al 100% dalla possibilità di contrarre l'infezione», ha concluso Gori. «Dobbiamo sforzarci di implementare questi nuovi approcci perché probabilmente potranno avere un grande impatto contro le nuove pandemie globali, fatto più che mai centrato in epoca Covid».


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