Un trattamento ipolipemizzante intensivo serve a poco per la riduzione degli eventi cardiovascolari nei pazienti con diabete mellito di tipo 2 (DTM2) ad alto rischio. Infatti, l'aggiunta di fenofibrato alla terapia con statine non ha portato a una riduzione degli eventi cardiovascolari maggiori (2,24% vs 2,41% per anno; hazard ratio 0,92, P=0.32). Lo affermano i dati dell'ACCORD lipid trial, da poco presentati al congresso dell'American College of Cardiology (ACC), ad Atlanta, e pubblicati contestualmente sul New England Journal of Medicine.

L'obiettivo dello studio, supervisionato dal National Institutes of Health,  era valutare se una terapia aggressiva, basata su un'associazione di due agenti ipolipemizzanti, fosse in grado di ridurre eventi cardiovascolari quali infarti e ictus in pazienti diabetici a rischio particolarmente elevato di problemi cardiovascolari a causa di fattori di rischio aggiuntivi quali obesità o ipertensione.

Lo studio ha coinvolto 5.518 pazienti randomizzati al trattamento con simvastatina più fenofibrato oppure con simvastatina più placebo. Nel gruppo trattato con l'associazione dei due ipolipemizzanti si è osservata una riduzione del rischio dell'8% rispetto ai controlli, non statisticamente significativa.
"Anche se la nostra analisi suggerisce che alcuni pazienti potrebbero trarre beneficio dall'approccio aggressivo, ciò nondimeno lo studio fornisce informazioni importanti che dovrebbero permettere di risparmiare a molti diabetici una terapia non necessaria coi fibrati" ha dichiarato Henry Ginsberg, primo autore del lavoro, che ha presentato i dati all'ACC.

Insomma, una dimostrazione che la strategia ‘lower is better' funziona, ma non sempre. Anzi, secondo alcuni analisti, una terapia troppo aggressiva potrebbe essere non solo inutile, ma in alcuni casi addirittura dannosa. Nell'ACCORD lipid trial, le donne trattate con simvastatina e fenofibrato hanno mostrato una percentuale di eventi cardiovascolari maggiori significativamente superiore rispetto agli uomini: 9,1% contro 6,6%.
Tuttavia, alcuni sottogruppi a rischio particolarmente elevato potrebbero beneficiare di questa strategia: per esempio, i pazienti con livelli di trigliceridi al di sopra dei 204 mg/dl e di colesterolo HDL inferiori a 34 mg/dl hanno mostrato una tendenza a una riduzione degli eventi vascolari maggiori se trattati con fenofibrato in aggiunta alla statina. (17,3% contro 12,4%).

Nei pazienti diabetici, i fibrati vengono aggiunti comunemente alle statine perché queste ultime fanno poco o niente per la riduzione dei trigliceridi e l'aumento dell'HDL. Ma i dati dello studio ACCORD mostrano che "l'uso di routine di questi farmaci non è indicato e d'ora in poi il loro impiego sarà limitato al sottogruppo di pazienti ad alto rischio che hanno contemporaneamente problemi di ipertrigliceridemia e bassi livelli di HDL", ha dichiarato Brian O'Murchu, della Temple University di Philadelphia, uno dei chairman del congresso, in accordo con il relatore.
Da notare, che i criteri di inclusione nello studio erano tali da rendere il campione altamente rappresentativo dei diabetici con rischio cardiovascolare lieve-moderato osservati nella pratica clinica ed è "probabile che questi risultati si applicheranno alla maggioranza dei pazienti" ha detto O'Murchu in un'intervista.

Studio Accord pubblicato sul Nejm