La speranza di trovare un modo per curare in via definitiva l'infezione da HIV, a 30 anni dai primi casi, è oggi un po’ più concreta. Il famoso ‘paziente Berlin’, un uomo che a 5 anni dal trapianto di midollo da un donatore naturalmente resistente all’HIV non prende antiretrovirali e ha una viremia non rilevabile, infatti, non è più solo. Due uomini così sfortunati da avere sia un tumore sia l'infezione da HIV sembrano apparentemente aver eradicato il virus in seguito a un trapianto di midollo.

I ricercatori sono cauti nel dichiararli guariti, ma, a più di 2 anni dal trapianto, anche nel loro caso l'HIV è al di sotto della soglia di rilevabilità. I due casi sono stati presentati da poco alla comunità scientifica durante i lavori della 19ma International AIDS Conference, a Washington.

"Tutti conoscono il caso del 'paziente Berlin’. Noi abbiamo voluto vedere se un trattamento più semplice potesse ottenere lo stesso risultato" ha detto Daniel Kuritzkes del Brigham and Women 's Hospital di Boston, che ha curato lo ricerca sui due nuovi pazienti.

Il ‘paziente Berlin’, che si chiama Timothy Brown, è stato sottoposto a un trapianto di midollo per curare una leucemia ed è accaduto che il midollo provenisse da un donatore portatore di una mutazione genetica che rende le cellule immunitarie resistenti all'infezione da HIV. Le cellule trapiantate, resistenti al virus, hanno così sostituito quelle infettate del paziente e Brown, a 5 anni dall’intervento, è ancora 'HIV-free’.

Attualmente, secondo le stime, in tutto il mondo ci sono 34 milioni di persone sieropositive e 25 milioni sono morte di AIDS. Mentre manca ancora un vaccino, i pazienti sono oggi curati con i farmaci antiretrovirali, che permettono di mantenere un buono stato di salute e tenere sotto controllo il virus. Tuttavia, gli antiretrovirali non consentono di arrivare a una guarigione, a prescindere dalla durata del trattamento: con questi agenti, infatti, il virus resta annidato nell’organismo e rialza la testa se si sospende la terapia. L’obiettivo dei ricercatori è stanare questi ‘serbatoi’ virali e trovare un modo per eliminare il virus una volta per tutte.

Il caso di Brown e ora quelli degli altri due uomini offrono una speranza reale che il traguardo sia davvero raggiungibile.

Circa un anno fa un gruppo di ricercatori del Brigham and Women's Hospital di Boston, tra cui Kuritzkes, ha avviato una ricerca per trovare pazienti sieropositivi colpiti anche da una leucemia o un linfoma che avessero ricevuto un trapianto di cellule staminali del midollo osseo, una sede in cui probabilmente potrebbero trovarsi i serbatoi dell’HIV, al fine di verificare l'effetto sui serbatoi virali di vari trattamenti antitumorali effettuati dai pazienti.

Sono stati così identificati due pazienti in cura presso il Dana-Farber Cancer Institute di Boston che, come il Brigham and Women's Hospital, è associato alla facoltà di medicina dell’Università di Harvard. Entrambi avevano fatto vari cicli di chemioterapia per il linfoma ed entrambi erano stati sottoposti a un trapianto di staminali, continuando nel frattempo la terapia antiretrovirale. Proprio l’aver continuato la terapia antiretrovirale si è rivelato fondamentale.

I ricercatori hanno scoperto che immediatamente prima del trapianto e dopo nelle cellule era presente il DNA virale, ma via via che le cellule del paziente sono state sostituite da quelle del donatore, il DNA dell’HIV è scomparso, ha spiegato Kuritzkes. A quanto pare, le cellule sane del donatore hanno ucciso e sostituito quelle infette del ricevente e nel frattempo sono state protette dall’essere infettate a loro volta grazie alla terapia antiretrovirale in atto.

Risultato: uno dei due pazienti sembra non avere più il virus nell’organismo a 2 anni dal trapianto e l’altro idem dopo 3 anni e mezzo. “Non c’è traccia dell’HIV nel loro organismo, né nel plasma, né nelle loro cellule messe in coltura, né adottando i test più sensibili a disposizione” ha spiegato Kuritzkes. Ma gli autori stanno molto attenti a non dire che i due sono guariti, almeno per ora. Al momento i due pazienti stanno ancora prendendo gli antiretrovirali e continueranno a farlo finché la terapia non sarà cautamente sospesa in condizioni sperimentali. Da questo punto di vista, almeno per il momento, il caso dei due uomini è diverso da quello del ‘paziente Berlin’, perché quest’ultimo non sta prendendo alcun farmaco anti-HIV

Dunque, è presto per cantare vittoria contro il virus, anche perché, avvertono i ricercatori, i risultati ottenuti in questi due casi potrebbero non essere applicabili a tutti i pazienti. I casi dei due uomini apparentemente guariti erano un po' insoliti nel senso che i due erano portatori di una mutazione genetica che può rendere le cellule immunitarie resistenti all’infezione da parte dell’HIV, ma quelle provenienti dai donatori erano invece completamente sensibili al virus. Anche in questo i due nuovi casi si differenziano da quello del ‘paziente Berlin’, in cui era il donatore ad avere una mutazione genetica che gli conferiva resistenza all'HIV.

Inoltre, ha sottolineato Kuritzkes, non sarà mai possibile fare trapianti di midollo osseo nei milioni di pazienti sieropositivi. E poi, anche se i due pazienti al momento sembrano aver eradicato il virus, l’esperienza non è stata certo una passeggiata, ha spiegato il ricercatore. Infatti, dopo la diagnosi di sieropositività all’HIV, uno ha dovuto fare diversi cicli di chemioterapia per un linfoma di Hodgkin, prima di essere sottoposto al trapianto allogenico di midollo osseo.

 “Quella dei trapianti di midollo non può certo essere la strada per tutti i malati” ha detto Kuritzkes . Tuttavia, se si troverà il modo per aggirare il virus che resta nelle cellule infette, seppure ‘dormiente’, si potranno proteggere quelle rimanenti dall’essere infettate.

L’identità dei due uomini finora non è stata resa nota per ragioni di privacy, ma si sa che sono uno di Boston e uno di New York, e che il primo è un cinquantenne infettato dal virus fin dall’inizio dell'epidemia di AIDS, nei primi anni Ottanta, mentre il secondo è un ventenne contagiato alla nascita.

Ad alimentare l’ottimismo sulla possibilità di arrivare prima o poi a una cura risolutiva contro l’HIV sono anche altri due studi presentati alla conferenza. In uno l’antitumorale vorinostat sembra essere riuscito nell’impresa di spazzar via l’HIV latente in una manciata di pazienti, offrendo così la possibilità di eliminare i serbatoi virali latenti. In un altro, opera di autori francesi, circa 15 pazienti trattati con gli antiretrovirali molto precocemente dopo la diagnosi hanno poi potuto interrompere il trattamento e non mostrano alcun sintomo a un anno dalla sospensione della terapia, anche se sono ancora sieropositivi.

"Questi studi ci danno motivo di essere entusiasti ed ottimisti sul fatto che alla fine arriveremo dove vogliamo, e cioè a trovare una cura definitiva per le persone contagiate dall’HIV", ha commentato Steven Deeks, esperto di HIV dell’Università della California, di San Francisco.