I tossicodipendenti che prendono il metadone per disintossicarsi vedono più che dimezzarsi il rischio di contagio da parte del virus HIV, come beneficio collaterale del trattamento. Lo evidenzia una metanalisi appena pubblicata sul British Medical Journal, opera di un’equipe internazionale di cui ha fatto parte anche epidemiologa italiana: Silvia Minozzi, del Cochrane Drugs and Alcohol Group, che ha sede a Roma.


Lo studio si è incentrato sui soggetti che facevano uso di droghe iniettabili e ha mostrato una riduzione del 54% del rischio di contagio rispetto all’incidenza nota dell’infezione in questo gruppo di tossicodipendenti.


Secondo Georgie MacArthur, dell'Università di Bristol, e gli altri autori, la scoperta “fornisce un ulteriore supporto alla richiesta di aumentare a livello globale gli interventi di riduzione del danno" rivolti a chi fa uso di droghe endovena. In molti Paesi, invece, la terapia disintossicante con metadone è ancora illegale o soggetta a forti restrizioni.


Nell’introduzione del lavoro, i ricercatori spiegano che la prevalenza stimata dell’HIV in questa popolazione è superiore al 40% in molti Paesi e che, dei 16 milioni di tossicodipendenti da droghe iniettabili, circa 3 milioni potrebbero essere sieropositivi. Inoltre, sebbene l’incidenza dell’infezione sia calata o rimasta bassa nel Nord America e in alcune zone dell’Europa Occidentale, non si può dire lo stesso per alcune aree della Russia, dell’Europa dell’ Est e dell’Asia, dove i contagi sono, invece, in aumento.


Un approccio standard per trattare la dipendenza da oppiacei è la terapia sostitutiva con metadone o buprenorfina (Subutex), ma finora non era mai fatta alcuna stima quantitativa degli effetti di questo trattamento disintossicante sulla trasmissione del virus HIV.


Per colmare questo vuoto informativo, gli autori hanno condotto una revisione sistematica e un’analisi dei dati combinati di diversi studi pubblicati e non pubblicati fatti in diversi Paesi (tra cui USA, Canada, Regno Unito, Olanda, Austria, Italia, Tailandia, Portorico e Cina) cercando di valutare l’associazione tra terapia sostitutiva degli oppiacei e incidenza dell'infezione da HIV.


In tutto, il team ha trovato 12 studi pubblicati che riportavano dati sugli effetti della terapia sostitutiva sulla trasmissione dell'HIV e ha ottenuto i dati non pubblicati di altri tre studi, tutti incentrati sul metadone. Ha poi potuto combinarne nove di essi, trovando 819 nuove infezioni da HIV nell’arco di un follow-up di 23.608 anni-persona.


L'analisi ha mostrato una ‘forte evidenza’ di un vantaggio significativo della terapia con metadone nella riduzione dell’incidenza dell’infezione (rate ratio 0,46, con un intervallo di confidenza al 95% da 0,32 a 0,67; P < 0,001).


I ricercatori segnalano però di aver trovato “evidenze di eterogeneità tra gli studi che non possono essere spiegate in base alla regione geografica, al centro di arruolamento o alla fornitura di incentivi”.


Non in tutti i lavori, aggiungono inoltre, era stato fatto un aggiustamento per i fattori confondenti, ma l'analisi di un sottoinsieme di sei studi in cui questo è avvenuto ha sempre suggerito che la terapia sostitutiva con metadone si è associata a una riduzione del 40% del rischio di HIV.


Un altro limite del lavoro è che tutti gli studi inclusi erano di tipo osservazionale e soggetti a bias sia di selezione e sia di abbandono ed esclusione. Quindi, osservano gli autori, “non è chiaro quanto questi studi siano rappresentativi di tutta la popolazione di consumatori di droghe iniettabili sottoposti a una terapia sostitutiva con metadone”. 


Nonostante tali limitazioni, tuttavia, il gruppo conclude che i risultati rappresentano una "forte evidenza quantitativa di un'associazione tra la terapia sostitutiva degli oppiacei e la riduzione del rischio di trasmissione dell'HIV tra le persone fanno uso di droghe endovena".


Nel suo editoriale di commento, Linda Gowing, dell’Università di Adelaide, scrive che questi dati vanno ad aggiungersi a quelli di una review precedente che aveva mostrato come il trattamento sostitutivo riduca i comportamenti associati a un alto rischio di trasmissione del virus. Nell’insieme, secondo l’esperta, i due studi "forniscono una forte evidenza" che la terapia – quanto meno quella con metadone – faccia diminuire sia i comportamenti ad alto rischio sia il rischio di contrarre l'HIV.


Nel suo fondo, la Gowing giudica positivamente lo studio, ma sottolinea che resta da stabilire se questi risultati, relativi solo al metadone, valgano anche per la terapia con buprenorfina e fa notare che i benefici del trattamento sostitutivo potrebbero andare persi al momento della sospensione, soprattutto se il soggetto non aveva scelto spontaneamente di disintossicarsi o se ricomincia a drogarsi. Pertanto, scrive, i politici dovrebbero mirare a "massimizzare la percentuale di consumatori di stupefacenti inserirti nei programmi di disintossicazione e promuoverne la permanenza all’interno dei programmi stessi”.


G.J. MacArthur, et al. Opiate substitution treatment and HIV transmission in people who inject drugs: systematic review and meta-analysis. BMJ 2012; 345: e5945
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Alessandra Terzaghi