L’assunzione di aspirina a basso dosaggio può avere un effetto neuroprotettivo, riducendo il rischio di declino cognitivo nelle donne anziane ad alto rischio di eventi cardiovascolari. È questa la conclusione di uno studio di popolazione svedese, appena pubblicato online sul British Medical Journal ed eseguito da un gruppo dell’Univeristà di Goteborg.


La ricerca evidenzia che le donne definite ad alto rischio cardiovascolare, in base ai criteri del Framingham Heart Study avevano meno probabilità di mostrare un declino cognitivo, misurato mediante il Mini Mental State Examination (MMSE), se stavano assumendo aspirina rispetto a quelle che non la prendevano.


Anche se istruttivi, questi risultati non sono sufficienti per raccomandare che tutte le donne anziane prendano ogni giorno il farmaco per preservare le funzioni cognitive, ha detto l'autore principale dello studio Silke Kern, dell’Università di Gothenburg, in Svezia. "È solo uno studio. Se altri lavori dovessero mostrare lo stesso risultato, forse si potrà formulare tale raccomandazione, ma ora è troppo presto" ha sottolineato Kern.


L'analisi, basata sui campioni di altri due studi svedesi - il Prospective Population Study of Women e l’H70 Birth Cohort Study, che entrambi avevano a loro volta attinto ai dati del registro nazionale della popolazione svedese – ha riguardato inizialmente 789 donne di età compresa tra i 70 e i 92 anni residenti a Goteborg, Dopo aver escluso quelle che già al basale avevano già una demenza e quelle che erano in terapia con warfarin, clopidogrel o asprina, il campione è risultato formato da 681 donne, di cui quasi tutte (601, pari al 95,4%) erano ad alto rischio cardiovascolare e 129 prendevano aspirina a basso dosaggio al basale (mentre 94 prendevano altri FANS). 


Tra il 2000 e il 2001 le partecipanti sono state sottoposte all’MMSE, dopodiché sono state seguite per 5 anni. Al termine di questo follow-up, 489 di esse sono state sottoposte a un altro MMSE.


I ricercatori hanno visto che la riduzione media del punteggio del MMSE (endpoint primario dello studio) durante il follow-up (nel 2000 e nel 2005) è stata pari a 0,05 nelle consumatrici dell’aspirina e 0,95 tra coloro che non prendevano il farmaco.


Le donne che al basale assumevano aspirina a basso dosaggio (75 o 160 mg/die) hanno mostrato un calo inferiore del MMSE rispetto a quelle non in terapia con aspirina anche dopo l’aggiustamento dei dati in base al punteggio iniziale del MMSE, all’età, a livello di APOE 4, all’assunzione di altri FANS e al punteggio di rischio cardiovascolare.


Gli autori hanno quindi stratificato il campione in quattro gruppi: le donne che prendevano l’aspirina sia nel 2000 sia nel 2005 (66), quelle che la prendevano nel 2000 ma non nel 2005 (18), quelle che non la prendevano nel 2000 ma la stavano prendendo nel 2005 (67) e, infine, quelle che non prendevano il farmaco né nel 2000 né nel 2005 (338). Le differenza è risultata significativamente più pronunciata tra le donne del primo gruppo e quelle che non avevano mai assunto l'aspirina.


Anche nel sottogruppo di donne con un alto punteggio di rischio cardiovascolare, la riduzione dei punteggi del MMSE tra le utilizzatrici dell’aspirina è stata inferiore rispetto a quella osservato tra quelle che non assumevano il farmaco (0,33 contro 0,95).


I risultati non sono apparsi correlati al dosaggio di aspirina utilizzato e l’assunzione di altri farmaci non ha influenzato le funzioni cognitive.


Da notare, tuttavia, che il consumo di basse dosi di aspirina non ha avuto effetti sull’incidenza della demenza. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che il campione era troppo piccolo e/o il follow-up troppo breve, ha detto Kern, sottolineando che la patologia alla base della demenza spesso inizia 15 anni prima di una diagnosi di demenza vera e propria.


Anche se il meccanismo responsabile del possibile effetto neuroprotettivo del farmaco non è del tutto chiaro, potrebbe essere correlato al suo effetto antiaggregante, spiegano gli autori. Si sa che l’aspirina a basso dosaggio blocca in modo irreversibile la formazione del trombossanoA2 nelle piastrine, producendo un effetto inibitorio sull'aggregazione piastrinica, mentre altri FANS, come l'ibuprofene, sono inibitori reversibili. Perciò è possibile che l'aspirina possa influenzare il declino cognitivo migliorando il flusso ematico cerebrale attraverso una riduzione dell'aggregazione piastrinica. “Ma questa è solo una teoria” ha precisato Kern.


Un altro esperto del settore, Deepak Bhatt, del Brigham and Women's Hospital di Boston, ha osservato che l’aspirina può prevenire l’ictus e che, talvolta, una serie di ‘mini-ictus’ può aggiungersi al declino cognitivo e perfino causare una demenza. “È una possibilità sensata, ma non è questo che dimostra il nuovo studio” ha affermato Bhatt.


A differenza degli Stati Uniti, dove l'American Heart Association raccomanda l'aspirina per la prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari in questo gruppo di pazienti alto rischio cardiovascolari, in Svezia l’aspirina a basse dosi è prescritta principalmente per la prevenzione secondaria nei soggetti che hanno già malattie cardiovascolari in atto.


Nel commentare il lavoro, Christopher Reid, della Monash University di Melbourne, in Australia, ha detto che questo studio "va ad aggiungersi alle evidenze già emerse di possibili effetti neuroprotettivi dell’aspirina che si traducono in un mantenimento delle funzioni cognitive e, potenzialmente, in un contributo nel ritardare l’esordio della demenza negli anziani”.


Il problema, ha detto l’esperto, richiede un trial prospettico e randomizzato. Tant’è vero che lui e il suo gruppo stanno conducendo uno studio su 19.000 persone di età superiore ai 70 anni sull’uso di aspirina a basso dosaggio per valutarne gli effetti sul declino cognitivo e sull’incidenza della demenza.


“Non inizierei a prendere l’aspirina per via di questo studio di popolazione” gli ha fatto eco Bhatt, dicendo che “il risultato deve essere confermato in un gruppo più ampio di pazienti prima di poter dire che l’aspirina ha un ruolo nel prevenire il declino cognitivo nelle donne o negli uomini”.


Infatti, pur avendo trovato un’associazione tra consumo di aspirina e abilità mentali, data la sua natura osservazionale, lo studio non dimostra l’esistenza di un nesso causale tra i due fenomeni.


Bhatt ha anche ricordato che non tutti possono o dovrebbero prendere il farmaco. Andrebbe evitato, per esempio, nei pazienti ad alto rischio di ulcera o sanguinamenti.


Nessuna delle donne dello studio svedese ha sviluppato ulcere o emorragie. In ogni caso, gli autori del lavoro concludono che “è necessario un follow-up maggiore per valutare gli effetti a lungo termine dell’aspirina sulle funzioni cognitive e sulla demenza”.


S. Kern, et al. Does low-dose acetylsalicylic acid prevent cognitive decline in women with high cardiovascular risk? A 5-year follow-up of a non-demented population-based cohort of Swedish elderly women. BMJ Open 2012; doi:10.1136/bmjopen-2012-001288
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Alessandra Terzaghi