Uno studio pubblicato sull'ultimo numero del NEJM indica che le aziende farmaceutiche stanno spostando la parte finale della ricerca clinica nei paesi in via di sviluppo, con una serie di implicazioni di natura clinica, etica ed economica.
La spiegazione del fenomeno, noto da tempo ma adesso misurato con accuratezza, è semplice: costi più ridotti e minori vincoli regolatori e di conseguenza anche maggior rapidità. Un problema non di poco conto è costituito dalla diversa regolamentazione degli studi clinici nei vari paesi del globo, normalmente molto meno restrittiva e con minori controlli rispetto a Usa ed Europa.

Gli autori dello studio hanno esaminato i registri governativo degli studi di fase III sponsorizzati dalle aziende nel corso del 2007 e, in parallelo, 300 pubblicazioni apparse su NEJM, JAMA e Lancet nel periodo dal 1995 al 2005.Nel mese di novembre del 2005, circa un terzo dei trial sponsorizzati dalle 20 aziende più importanti era condotto al di fuori degli Usa e 13 521 siti su 24 206 erano al di fuori del paese.
Nel corso dei 10 anni dal 95 al 2005, il numero dei siti in Usa ed Europa è diminuito mentre quello di paesi in via di sviluppo è raddoppiato.
Nel 1997, circa l'86% degli investigatori principali degli studi clinici operavano negli Usa. Nel 2007 tale percentuale è scesa al 54% dei circa 26mila scienziati registrati per questo tipo di studi.

Commentando la notizia, Ken Johnson, senior vice-president della PhRMA, l'associazione degli industriali farmaceutici americani, ha affermato che le imprese che intendono ottenere l'approvazione dall'Fda devono condurre gli studi secondo gli standard più elevati prescritti dall'agenzia americana.
Articolo pubblicato sul NEJM