Aumentare gradualmente l’introito alimentare di calcio al di sopra del primo quintile non sembra associarsi a una ulteriore riduzione del rischio di frattura od osteoporosi. È questa la conclusione a cui è giunto un ampio studio prospettico longitudinale di coorte, pubblicato il 24 maggio sul British Medical Journal, a firma di un gruppo dell’Università di Uppsala e del Karolinska Institutet di Stoccolma, in Svezia.

“Non è facile dare raccomandazioni sull’apporto di calcio sulla base dei risultati dei trial clinici e dei precedenti studi di coorte” scrivono Eva Warensjö e i suoi collaboratori sul BMJ. “Le metanalisi degli studi randomizzati hanno evidenziato che la supplementazione con calcio non porta ad alcuna riduzione o una riduzione modesta del rischio di fratture. Inoltre, sia l’introito abituale di calcio sia lo status della vitamina D potrebbero influire sugli ooutcome, ma questi fattori sono raramente presi in considerazione nel disegno degli studi sulla supplementazione di calcio. Anche i dati osservazionali prodotti finora non forniscono evidenze univoche”.

Per avere un quadro più chiaro, gli autori svedesi hanno valutato le associazioni tra introito alimentare prolungato di calcio e rischio di fratture, fratture all’anca e osteoporosi. Hanno quindi analizzato 5.022 donne che facevano parte di una subcoorte della Swedish Mammography Cohort, comprendente 61.433 donne svedesi nate tra il 1914 e 1948. Questa coorte è stata formata nel 1987 e le donne incluse sono state seguite per 19 anni, valutando l’incidenza di fratture di ogni tipo e quella di fratture all’anca.

Nella subcoorte è stata valutata come outcome secondario anche l’osteoporosi (mediante DEXA). I consumi alimentari sono stati determinati tramite la somministrazione ripetuta di questionari sulle abitudini dietetiche.

Delle 14.738 donne che hanno avuto una prima frattura di qualsiasi tipo durante il follow-up, 3.871 (il 6%) hanno subito come prima frattura una frattura all’anca e 1.012 donne della subcoorte (il 20%) hanno mostrato la presenza di osteoporosi. Per quanto riguarda l’apporto di calcio, il pattern di rischio è risultato non lineare. Nel quintile più basso, il tasso grezzo di una prjma frattura di qualsiasi tipo è risultato di 17.2/1.000 persone-anno a rischio contro 14,0/1.000 persone-anno a rischio nel terzo quintile, con un hazard ratio (HR) aggiustato pari a 1,18 (IC al 95% 1,12 – 1,25). L’HR di una prima frattura è risultato di 1,29 (IC al 95% 1,17 – 1,43), mentre l’OR di osteoporosi pari a 1,47 (IC al 95%, 1,09 – 2,00).

La percentuale di fratture nel primo quintile è risultata più pronunciata in presenza di un basso introito di vitamina D. Inoltre, l’essere nel quintile più alto di introito di calcio non ha portato a un’ulteriore riduzione del rischio di fratture di ogni tipo o del rischio di osteoporosi; solo la percentuale di fratture all’anca è risultata superiore (HR 1,19; IC al 95% 1,06 – 1,32).

Il risultato, avvertono però gli autori, potrebbe non essere generalizzabile agli uomini o a popolazioni di etnie diversa, senza contare che il disegno osservazionale non permette di trarre conclusioni riguardo alla possibile relazione cuasa-effetto tra i fenomeni considerati

E. Warensjö, et al. Dietary calcium intake and risk of fracture and osteoporosis: prospective longitudinal cohort study.
BMJ 2011; 342:d1473
http://www.bmj.com/content/342/bmj.d1473