Un approccio molto aggressivo al controllo di fattori di rischio cardiovascolare come la pressione sanguigna e il livello di colesterolo non è necessariamente benefico. Anzi, per alcuni pazienti diabetici può rivelarsi addirittura pericoloso, secondo quanto emerge da uno studio pubblicato pochi giorni fa sugli Archives of Internal Medicine.
La maggior parte delle linee guida per il trattamento di pazienti con diabete suggerisce di intervenire in modo aggressivo sul controllo del colesterolo LDL e della pressione, per ridurre il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. Secondo gli autori dell'articolo, però, si tratta di raccomandazione generali, basate sui risultati medi di studi clinici, e non disegnate su misura sul rischio cardiovascolare individuale. Si legge nell'articolo: "Mentre un approccio che preveda una valutazione del diverso rischio individuale è spesso invocato nel caso di pazienti senza diabete, per i diabetici si dà per scontato che il rischio sia sempre lo stesso - alto - e che i pazienti debbano essere trattati in modo aggressivo".

I ricercatori hanno quindi deciso di sviluppare un modello matematico computerizzato in grado di stabilire se un trattamento aggressivo porti lo stesso tipo di beneficio ai pazienti con diabete. Justin  Timbie e colleghi della RAND Corporation di Arlington, in Virginia, sono partiti dai dati di un gruppo di pazienti diabetici di età compresa tra 30 e 75 anni partecipanti a un ampio studio clinico condotto negli anni Novanta: un momento in cui i trattamenti aggressivi per ridurre colesterolo e pressione del sangue non erano molto comuni. I ricercatori hanno simulato l'esito di trattamenti intesivi progressivi, fino al raggiungimento di livelli stabili di colesterolo LDL (100 mg/dl) e pressione (130/80 mm Hg).

Secondo il modello, i trattamenti intensivi rispetto a colesterolo e pressione si traducono in un incremento medio dell'indice QALY (Quality Adjusted Life Years, aspettativa di vita in condizioni di buona salute) rispettivamente pari a 1,5 e 1,35. Valori che però si riducono a 1,42 e 1,16 dopo aver considerato alcuni rischi o effetti collaterali legati al trattamento, come il dolore muscolare provocato dall'assunzione di statine o il rischio posto dall'assunzione multipla di medicinali. "La maggior parte dei benefici in realtà si limiterebbe alle prime fasi della terapia, o a uno stretto controllo solo per particolari gruppi di pazienti", scrivono gli autori. "Circa tre quarti dei pazienti con rischio medio, invece, riceverebbe solo benefici limitati".

Prendendo in considerazione rischi ed effetti collaterali legati al trattamento, i ricercatori hanno identificato diversi casi in cui l'intensificazione di un trattamento sarebbe controindicata sulla base di semplici considerazioni sul rapporto rischi-benefici, e molti più casi in cui i benefici attesi sarebbero così piccoli che una decisione condivisa tra medico e paziente sulla strada terapeutica da intraprendere sarebbe l'intervento medico più appropriato. L'indicazione finale, quindi, è quella di arrivare a trattamenti su misura per singoli pazienti, che tengano conto anche del tipo di benefici che i pazienti si attendono da un'intensificazione del trattamento.

Articolo pubblicato su Archives of Internal medicine
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http://archinte.ama-assn.org/cgi/content/short/170/12/1037