In pazienti caratterizzati da insulino resistenza, ma con  livelli di emoglobina glicata quasi normali, il trattamento con l'ipoglicemizzante orale pioglitazone (Actos, Takeda) ha ridotto del 70% la progressione a diabete franco rispetto al placebo.

Il risultato è stato ottenuto nello studio ACT NOW (Actos Now for Prevention of Diabetes), di cui è appena stato presentato un aggiornamento a Praga, al secondo World Congress on Controversies to Consensus in Diabetes, Obesity, and Hypertension (CODHy), appuntamento biennale dedicato ai temi controversi in materia di diabete, obesità e ipertensione.  I primi dati del trial sono stati comunicati due anni fa, in occasione del congresso annuale dell'American Diabetes Association, ma il lavoro non è ancora stato pubblicato.

Secondo l'autore Ralph DeFronzo, dell'Health Science Center della University of Texas di San Antonio, il risultato dimostra che il farmaco, antidiabetico appartenente alla classe dei tiazolidinedioni, contribuisce a preservare la funzione delle beta-cellule pancreatiche e quindi a prevenire la progressione dal prediabete al diabete conclamato.
Infatti, il progressivo deterioramento della funzione beta-cellulare è un elemento patogenetico chiave del diabete di tipo 2 e diverse evidenze suggeriscono che la disfunzione delle cellule beta è già presente nelle fasi precoci della malattia diabetica, anche prima dell'aumento della glicemia al di là dei livelli diagnostici.

Lo studio ACT NOW, randomizzato e in doppio cieco, ha coinvolto 602 pazienti con glicemia a digiuno tra i 95 e i 125 mg/dl, ridotta tolleranza al glucosio e almeno uno dei componenti della sindrome metabolica o un altro fattore tale da farli ritenere ad alto rischio di diabete. I pazienti sono stati trattati per almeno due anni con placebo o pioglitazione, quest'ultimo alla dose iniziale di 30 mg/die per il primo mese, poi aumentata fino a 45 mg/die.

L'outcome primario dello studio era la progressione a diabete di tipo 2, definito come glicemia a digiuno superiore a 125 mg/dl in una qualunque visita di follow-up o una glicemia a 2 ore di almeno 200 mg/dl al controllo annuale. La diagnosi doveva essere confermata mediante un test da carico orale di glucosio (OGTT).
Il tasso annuale di progressione è stato dell'1,8% nel gruppo trattato con pioglitazone contro il 6% nel gruppo placebo, differenza pari a un hazard ratio di 0,30 (IC al 95% 0,17-0,54).

Rispetto al 2008, sono stati presentati anche nuovi dati che dimostrano come il trattamento con pioglitazione abbia migliorato in modo significativo la sensibilità all'insulina rispetto al valore basale. Nei pazienti in trattamento attivo, infatti, l'indice di Matsuda è aumentato, passando da 4,25 a 5 (P<0,005), mentre è rimasto invariato nei controlli.
Inoltre, è stato riportato che all'inizio il farmaco ha ridotto la glicemia a digiuno molto più rapidamente del placebo, con una differenza significativa di 20 mg/dl (P<0,005)  nei primi due mesi.

DeFronzo, durante un'intervista, si è dichiarato favorevole all'uso dei tiazolinedioni a scopo preventivo nei pazienti che presentano ridotta tolleranza al glucosio ma che non soddisfano ancora i criteri diagnostici per il diabete di tipo 2..Lo stesso Autore ha anche dichiarato che i risultati di numerosi studi indicano che l'aumento di peso è correlato con gli effetti di questo farmaco, inclusa la riduzione dell'emoglobina glicosilata e il miglioramento dell'insulino-sensibilità.

Secondo Jaakko Tuomilehto, dell'Università di Helsinki, in Finlandia, una terapia farmacologica in pazienti che sono soltanto a rischio presenta alcuni svantaggi. Tra questi, l'aumento ponderale, che è uno degli effetti collaterali di questi farmaci, ma anche i costi, gli altri eventi avversi e la mancanza di efficacia a causa della non aderenza. Secondo il ricercatore, in prima battuta gli interventi sullo stile di vita sono da preferire ai farmaci nei soggetti a rischio di sviluppare il diabete.

A sostegno della sua tesi, Tuomilehto ha citato dati finlandesi e dati del Diabetes Prevention Program (DPP) statunitense che dimostrano come interventi aggressivi sullo stile di vita permettano di ridurre la progressione dall'insulino-resistenza al diabete di circa il 60% rispetto alla terapia standard.

DeFronzo ha replicato sostenendo che gli interventi messi in campo in questi studi sono impraticabili nella vita reale. Infatti, nel DPP e in altri trial che hanno ottenuto risultati duraturi, i partecipanti hanno ricevuto un counseling individuale per diversi mesi e partecipato a sessioni di gruppo per periodi ancora più lunghi per mantenere l''aderenza. Un modello, secondo l'autore, impossibile da replicare su larga scala, almeno negli Stati Uniti. Insomma, il dibattito è aperto.