Una bassa concentrazione di vitamina D [25(OH)D] nel siero è risulta associata a un aumento del rischio di sviluppare diabete insulino-dipendente in uno studio caso-controllo americano pubblicato sul numero di dicembre della rivista Diabetologia e realizzato su un gruppo di militari in servizio.


Per questa ricerca, gli autori hanno utilizzato i sieri prelevati dai militari nell’ambito di un programma di sorveglianza sierologica del Dipartimento della Difesa tra il 2002 e il 2008, prima dell’eventuale diagnosi di diabete. In questi campioni hanno confrontato i livelli di 25(OH)D in 1.000 pazienti consecutivi, che hanno sviluppato il diabete mellito e 1,000 soggetti sani di controllo appaiati.


I casi e i controlli erano tutti in servizio attivo al momento del prelievo di sangue iniziale. Le persone dei due gruppi sono state appaiate sulla base della data del prelievo (± 2 giorni), dell’età (± 3 mesi), della durata del servizio militare (± 30 giorni), del sesso, e del fatto che il controllo fosse o meno in servizio attivo quando il caso è stato diagnosticato. Più di due terzi di tutti i partecipanti allo studio erano più giovani di 35 anni


In media, tra il prelievo di sangue e la diagnosi di diabete è trascorso un anno (range 1 mese - 10 anni).


Nei soggetti nel quintile più basso dei livelli sierici di 25(OH)D livelli (<43 nmol/l) il rischio di sviluppare diabete insulino-dipendente è risultato 3,5 volte maggiore rispetto a quelli nel quintile più alto (≥ 100 nmol/l), mentre in quelli nel secondo quintile più basso il rischio è risultato 2,5 volte maggiore. Negli altri tre quintili, dal più basso al più alto (60-77, 78-99 e ≥ 100 nmol/l), l’odds ratio è risultato di rispettivamente pari a 0,8, 1,1 e 1 (p trend <0,001).


Nella discussione gli autori scrivono che, sulla base dei dati ottenuti, è possibile che non si abbia nessuna ulteriore riduzione del rischio se si raggiungono livelli sierici di 25(OH)D superiori a 60 nmol/l.


Coloro che hanno sviluppato il diabete avevano livelli medi di 25(OH)D significativamente più bassi rispetto ai pazienti sani di controllo (62,2 nmol/l vs 72,5 nmol/l; P ≤ 0,0001).


I pazienti afroamericani sono quelli in cui si è evidenziata una probabilità superiore di sviluppare il diabete (odds ratio 1,6 rispetto ai bianchi; IC al 95% 1,2 – 2,0; P < 0,001) ma l'associazione tra bassi livelli di 25(OH)D e rischio di diabete è stata osservata in tutti i gruppi etnici.


Dopo aver aggiustato i dati in base all’etnia di appartenenza, i soggetti nel quintile più basso di 25(OH)D hanno mostrato un rischio circa 2 volte maggiore di sviluppare il diabete rispetto a quelli nel quintile più alto (odds ratio 1,9; IC al 95% 1,4-2,7; P < 0,0001). 


Come spiegano i ricercatori nell’articolo, le percentuali di diabete di tipo 1 a livello mondiale variano a seconda della latitudine, con un’incidenza annuale standardizzata in base all’età compresa tra valori minimi ai tropici (0,5 per 100.000 in Venezuela) e massimi in prossimità del circolo polare artico (60 per 100.000 in Finlandia).


È dunque possibile, suggeriscono i ricercatori, che il livello di vitamina D influisca sulla funzione immunitaria. "La carenza di vitamina D è associata a importanti effetti sull’immunità innata e ciò potrebbe influenzare il rischio di diabete riducendo il rischio di infezione delle cellule beta pancreatiche" scrivono gli autori.


Tra i possibili limiti dello studio vi è la possibilità che un piccolo numero di pazienti possa avere avuto in realtà un diabete di tipo 2 complicato. Tra i punti di forza vi sono, invece, il fatto che i sieri siano stati prelevati prima della diagnosi di diabete (a differenza di quanto fatto in altri studi analoghi) e l’ampia dimensione del campione.


Anche se i risultati sono interessanti, nelle conclusioni gli autori invitano comunque i colleghi ad andarci piano con la prescrizione di dosi elevate di vitamina D.


E.D. Gorham, et al. Lower prediagnostic serum 25-hydroxyvitamin D concentration is associated with higher risk of insulin-requiring diabetes: a nested case–control study. Diabetologia (2012) 55:3224–3227. Doi: 10.1007/s00125-012-2709-8.
http://www.diabetologia-journal.org/files/Gorham_et_al.pdf