Sottoporre i pazienti critici a una profilassi antibiotica riduce il rischio di infezioni da batteri altamente resistenti. Inoltre, tale misura preventiva riduce il rischio di colonizzazione delle vie aeree da parte di questi patogeni. A metterlo in evidenza è uno studio olandese, il più ampio realizzato finora sull’impiego preventivo di antibiotici nei pazienti ricoverati nelle unità di terapia intensiva (Uti), appena pubblicato online su The Lancet Infectious Diseases.

Già nel 2009, con uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, lo stesso gruppo di ricercatori aveva evidenziato che utilizzando due approcci di profilassi, denominati decontaminazione selettiva del tratto digestivo (SDD) e decontaminazione selettiva orofaringea (SOD), si poteva aumentare la sopravvivenza nei pazienti in terapia intensiva con necessità di intubazione o degenza prolungata.

Con tali approcci si sono ottenute anche riduzioni dell’incidenza delle infezioni delle vie respiratorie, in crescita tra i pazienti ricoverati nelle Uti e associate a un’elevata mortalità, specie se provocate da germi altamente resistenti. Al momento, però, la SDD e la SOD non sono ancora largamente impiegate nelle Uti perché il loro effetto sulla resistenza agli antimicrobici usati non è chiaro.

Per far luce sulla questione, il team olandese (coordinato da Anne Marie de Smet, dello University Medical Center di Utrecht) ha condotto uno studio randomizzato prospettico su oltre 5.900 pazienti ricoverati in 13 Uti caratterizzate da una bassa percentuale di resistenza agli antibiotici, per confrontare l’efficacia della SDD e della SOD rispetto alla terapia standard nella prevenzione della colonizzazione delle vie respiratorie e della batteriemia da microrganismi altamente resistenti.

I pazienti del gruppo SOD sono stati trattati applicazioni locali di tobramicina, colistina e anfotericina B nell’orofaringe, mentre quelli del gruppo SDD con gli antibiotici del gruppo SOD nell’orofaringe e nello stomaco più 4 giorni di cefotaxime endovena. Sono stati inclusi nel trial pazienti ricoverati in terapia intensiva per cui si prevedeva l’intubazione per più di 48 ore o una permanenza in Uti per più di 72 ore.

Nei pazienti trattati con la SDD (1.868) e in quelli trattato con la SOD (1.758) la probabilità di sviluppare una battieriemia con germi altamente resistenti è risultata inferiore rispettivamente del 59 e del 63% rispetto a quella dei pazienti trattati con la terapia standard (1.837). Inoltre, rispetto a quest’ultima, la SDD ha ridotto il rischio di colonizzazione delle vie respiratorie da parte di batteri altamente resistenti del 38%, mentre la SOD lo ha ridotto del 32%.

“Gli effetti positivi della SDD e SOD sugli outcome, insieme con i risultati favorevoli evidenziati in questo studio sul rischio di infezione e di colonizzazione da parte di patogeni antibiotico-resistenti, giustificano un impiego più ampio di questi regimi di profilassi, quanto meno nei setting in cui la resistenza agli antimicrobici è bassa” concludono gli autori. Occorrono invece ulteriori studi, precisano, per valutarne l’utilizzo in setting caratterizzati da un’antibiotico-resistenza elevata.

Ma le conclusioni dello studio olandese, per quanto ben fatto, non sono del tutto condivisibili secondo i due firmatari dell’editoriale di commento, Jean-Louis Vincent e Frédérique Jacobs, dell’Erasme Hospital di Bruxelles. Per spiegare la loro perplessità, i due esperti sottolineano che il valore dei risultati, pur interessanti, è un po’ diminuito dal setting dello studio (con bassa resistenza agli antimicrobici) e dal periodo di follow-up troppo breve. Per queste e per altre ragioni, i due editorialisti ritengono che “i dati non convinceranno il mondo a utilizzare la SOD e la SDD” e non porteranno a un cambiamento dell’attuale pratica clinica.

De Smet AMGA, et al. Selective digestive tract decontamination and selective oropharyngeal decontamination and antibiotic resistance in patients in intensive-care units: An open-label, clustered group-randomised, crossover study. Lancet Infect Diseas 2011; DOI: 10.1016/S1473-3099(11)70035-4
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