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Quali sono i progressi nella diagnosi dell'acromegalia? Ricerca italiana sul Nejm

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Quando una malattia è così subdola da confondersi con i normali segni del tempo, il rischio è che passi inosservata per anni. È il caso dell’acromegalia, una patologia rara ma tutt’altro che irrilevante, che colpisce soprattutto adulti tra i 30 e i 60 anni e può alterare profondamente i tratti del volto, delle mani e dei piedi.

Oggi, i riflettori internazionali si accendono su questa condizione grazie alla pubblicazione sul New England Journal of Medicine dell’articolo “Acromegaly” (Giustina A, Colao A. N Engl. J. Med. 2025), una review a firma di due eccellenze italiane il Prof. Andrea Giustina, Professore Ordinario di Endocrinologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore dell’Unità di Endocrinologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, primo autore dell’articolo e la Prof.ssa Annamaria Colao, Ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Università “Federico II” di Napoli. Una presenza tricolore che sancisce la centralità del nostro Paese nella ricerca e nella gestione di questa patologia. Un risultato che conferma il ruolo di leadership della ricerca endocrinologica italiana a livello internazionale.

«Questa pubblicazione – sottolinea il Prof. Andrea Giustina – è un riconoscimento non solo per la ricerca italiana, ma soprattutto per l’impegno quotidiano dei nostri centri clinici nel migliorare la vita dei pazienti con acromegalia. Oggi possiamo affermare che una diagnosi più precoce salva davvero anni di sofferenza ed evita complicanze gravi, spesso irreversibili. Il secondo messaggio chiave è che tutti i medici, non solo gli specialisti, possono e devono giocare un ruolo attivo nel riconoscere questa patologia nascosta. Infine, la vera svolta che emerge dal nostro lavoro è la possibilità di personalizzare diagnosi e cura, integrando innovazione tecnologica, nuove terapie e lavoro di squadra multidisciplinare. Un altro messaggio importante – sottolinea Giustina – è la necessità di ridurre la cosiddetta ‘inerzia terapeutica’, cioè il ritardo nel modificare le terapie inefficaci, che può peggiorare gli esiti e prolungare l’esposizione a livelli elevati di IGF-I. Focalizzarsi su questi aspetti può davvero cambiare il destino delle persone colpite da una malattia rara ma insidiosa.

Una malattia che cambia il volto e la vita
L’acromegalia è una patologia rara che nasce quasi sempre da un tumore benigno dell’ipofisi, la piccola ghiandola situata alla base del cervello che regola molti degli ormoni dell’organismo. Nella quasi totalità dei casi, si tratta di macro-adenomi ipofisari benigni; le cause extra-ipofisarie sono estremamente rare. L’incidenza stimata è di circa dieci casi ogni milione di persone all’anno. La produzione eccessiva di ormone della crescita avviene in modo lento e silenzioso, dando il via a un cambiamento progressivo che spesso passa inosservato sia ai pazienti sia ai medici. Il volto si trasforma: mascella e fronte si ingrossano, gli spazi tra i denti si allargano, mani e piedi crescono. A questi segni si aggiungono sintomi apparentemente generici come sudorazione eccessiva, dolori articolari, disturbi del sonno, ipertensione o diabete.

Tra le complicanze più frequenti, la review NEJM sottolinea la presenza di ipertrofia cardiaca, apnea notturna, ingrossamento della tiroide e, soprattutto, una marcata fragilità ossea con elevato rischio di fratture vertebrali, anche in pazienti che presentano una densità ossea normale ai controlli di routine (MOC). La fragilità ossea e le fratture vertebrali, anche in presenza di densità ossea normale, sono state descritte per la prima volta proprio dal Prof. Giustina circa vent’anni fa. Queste manifestazioni, spesso sottovalutate, contribuiscono a rendere l’acromegalia una malattia insidiosa e di difficile riconoscimento precoce.  La diagnosi tardiva resta la vera emergenza. I sintomi precoci sono spesso trascurati, in particolare nelle donne e nei pazienti anziani, nei quali vengono erroneamente attribuiti all’invecchiamento o alla menopausa. Il Gold standard per la diagnosi – spiega Giustina – è molto semplice e consiste nel dosaggio dell’IGF-I, che ogni medico, in presenza di sospetto clinico, dovrebbe richiedere. In caso di valori elevati per età, il paziente deve essere indirizzato a un centro specializzato (PTCOE, Pituitary Tumor Center of Excellence), dove potranno essere eseguiti il test da carico orale di glucosio (OGTT) e la risonanza magnetica ipofisaria.

La diagnosi tardiva resta la vera emergenza
Il nuovo lavoro pubblicato sul NEJM evidenzia un dato allarmante: la diagnosi di acromegalia arriva ancora troppo tardi. In media, passano oltre cinque anni tra i primi segnali e l’identificazione della malattia, e un paziente su quattro attende addirittura più di dieci anni. Spesso, chi ne soffre consulta più di tre specialisti prima di ottenere risposte certe. Questo ritardo si traduce in complicanze, peggioramento della qualità della vita e, nei casi più gravi, aumento della mortalità. Eppure, basterebbe un semplice esame del sangue – il dosaggio dell’IGF-I – per indirizzare subito verso la diagnosi corretta.

Non solo endocrinologi: la diagnosi è nelle mani di tutti i medici
Uno degli aspetti più innovativi della pubblicazione riguarda la centralità del ruolo di tutti i medici, non solo degli specialisti endocrinologi. In particolare, i medici di medicina generale, vero “front desk” della sanità, hanno un ruolo insostituibile nell’intercettare i primi segnali e nel coordinare il percorso diagnostico dei pazienti. Ma anche il dentista che osserva un insolito allargamento della mandibola, l’ortopedico davanti a dolori articolari atipici o tunnel carpale ricorrente, il cardiologo che rileva un cuore inspiegabilmente ingrossato, il ginecologo alle prese con disturbi ormonali, il dermatologo che nota pelle ispessita: tutti possono essere i primi a sospettare l’acromegalia. È questa “presa di coscienza” trasversale la vera arma per anticipare la malattia e cambiare la storia clinica di chi ne soffre. La review sottolinea inoltre il ruolo delle associazioni di pazienti nella diffusione delle informazioni chiave e nella promozione di un invio più precoce ai centri di riferimento.

Nuove terapie, sempre più personalizzate
Il profilo molecolare dei tumori ipofisari apre la strada a trattamenti sempre più mirati e tollerabili, inclusi nuovi farmaci orali e strategie combinate. Secondo i dati internazionali, oltre il 30% dei pazienti necessita di trattamenti combinati per ottenere il pieno controllo della malattia. Sul fronte delle cure, oggi la chirurgia dell’ipofisi – sempre più precisa grazie a tecniche avanzate e all’uso di realtà aumentata – rappresenta il primo passo, ma non è l’unico. Oltre alla chirurgia ipofisaria, oggi la gestione dell’acromegalia include analoghi della somatostatina (iniettivi e orali), antagonisti dell’ormone della crescita (Pegvisomant), agonisti dopaminergici (Cabergolina) e, nei casi selezionati, anche la radioterapia.

Complicanze, qualità della vita e sopravvivenza: la nuova frontiera
Il controllo biochimico non sempre coincide con una qualità di vita ottimale, soprattutto nei pazienti in terapia prolungata o combinata. Fragilità ossea e problemi articolari possono persistere anche dopo il trattamento, richiedendo un follow-up multidisciplinare. L’acromegalia non modifica solo l’immagine dei pazienti, ma ha anche un impatto negativo sulla sopravvivenza. Grazie all’impegno della comunità scientifica internazionale, il rischio di mortalità si è ridotto negli ultimi anni e l’obiettivo è di riportarlo ai livelli della popolazione generale nel prossimo futuro.

Tecnologia e intelligenza artificiale: la diagnosi diventa smart
Tuttavia, l’articolo del NEJM sottolinea che queste tecnologie sono ancora in una fase iniziale e richiedono ulteriori validazioni su popolazioni più ampie e diversificate prima di entrare nella pratica clinica standard. Questa pubblicazione, frutto dell’eccellenza endocrinologica italiana, non è solo una pietra miliare scientifica ma anche un invito ad agire affinché nessun ‘volto invisibile’ o cambiamento inspiegabile resti senza risposta.

Algoritmi di intelligenza artificiale sono già in fase di sperimentazione per riconoscere i volti “sospetti”, mentre nuove piattaforme di data mining e score clinici innovativi promettono di facilitare la diagnosi anche per i non addetti ai lavori. In parallelo, le associazioni di pazienti stanno rivoluzionando il modo di fare informazione, accorciando la distanza tra scienza e società.

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