Appena pubblicato su Bmj  uno studio che dimostra come, rispetto ad altri antiipertensivi,  gli antagonisti del recettore dell'angiotensina II possono ridurre il rischio di incidenza di demenza senile e morbo di Alzheimer e la gravità di queste patologie se già presenti.

Lo studio, condotto in Usa nel periodo 2003-2006, è stato effettuato analizzando i dati di 819.491 pazienti con patologie cardiovascolari, con età media di 74 anni e per lo più di sesso maschile (98%).
I pazienti erano sottoposti a tre diversi trattamenti: sartani, lisinopril (come rappresentante degli ACE inibitori) e altri farmaci cardiovascolari (come i beta bloccanti).
I pazienti erano suddivisi in due gruppi di osservazione: coloro che alla fine del primo anno (2002) non avevano malattia di Alzheimer o demenza e quelli che avevano già sviluppato queste due patologie.

Al termine di un periodo di 4 anni di osservazione (2003-2006), nei pazienti trattati con sartani il rischio di insorgenza di demenza e Alzheimer era ridotto del 24% rispetto a chi riceveva beta bloccanti e calcio antagonisti e del 19%  rispetto agli Ace inibitori.

Inoltre, i risultati suggeriscono che i soggetti cui era già stato diagnosticata l'Alzheimer e che assumevano sartani  presentavano un rischio di mortalità inferiore del 17%
Inoltre, in coloro che erano già affetti dalla malattia e venivano trattai con sartani, essa peggiorava più lentamente, tanto da richiedere la metà dei ricoveri presso strutture specializzate. In questi casi, rispetto a chi assumeva gli altri antiipertensivi, anche il rischio di morte era ridotto di circa il 17%

Lo studio conclude affermando che i sartani sono in gradi di proteggere dall'insorgenza di Alzheimer meglio di altre classi di intiipertensivi (Ace inibitori, beta bloccanti ecc) e di rallentare l'evoluzione della malattia, se già in atto.

Un buon controllo dei valori pressori assume quindi un'importanza ancora maggiore. Oltre alla prevenzione delle patologie cardiocircolatorie, è utile anche nei confronti di quelle neurodegenerative che nei prossimi 20 anni assumeranno un'importanza ancora più drammatica, clinica, sociale ed economica.

Studio pubblicato sul Bmj