In uno studio di fase II appena uscito su JAMA, il noto antiaritmico mexiletina ha dimostrato di migliorare la rigidità muscolare nelle miotonie non distrofiche, un insieme di rare patologie neurologiche - la prevalenza è di circa uno su 100.000 - causate da mutazioni in geni codificanti per componenti dei canali del sodio (SCN4A) o del cloro (CLCN1) e caratterizzate da miotonia, cioè da un ritardo nel rilassamento di un muscolo dopo la sua contrazione volontaria che provoca rigidità e dolore e può risultare limitante dal punti di vista funzionale.

Nel trial, articolato in due fasi separate da un crossover, i pazienti che hanno assunto mexiletina hanno riferito di avere una minore rigidità rispetto a quando sono stati trattati con placebo per 4 settimane.

Gli eventi avversi più comuni, la maggior parte verificatisi nelle fasi di trattamento attivo, sono stati quelli gastrointestinali e l’unico evento avverso grave non è risultato correlato al farmaco in studio.

Mexiletina è un farmaco antiaritmico di classe 1b con un’affinità elevata per i canali del sodio delle fibre muscolari. L'agente è ampiamente utilizzato off-label per il trattamento delle miotonie non distrofiche, ma finora la sua efficacia in questo contesto non era mai stata confermata da trial clinici, in gran parte per via delle difficoltà di condurre uno studio su malattie così rare.
Per superare questo ostacolo, il Rare Disease Clinical Research Network, con fondi NIH, ha organizzato uno studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo al quale hanno preso parte sette centri di eccellenza per il trattamento delle malattie neuromuscolari di quattro Paesi, tra cui anche l’Italia (gli altri erano Stati Uniti, Canada e Regno Unito).

Tra il dicembre 2008 e il marzo 2011, i centri sono riusciti ad arruolare in tutto 59 pazienti, che sono poi stati trattati con mexiletina 200 mg tre volte al giorno o placebo per 4 settimane, seguite da un washout di una settimana e poi dal crossover al trattamento opposto per altre 4 settimane.

L'endpoint primario era la rigidità muscolare riferita dal paziente su una scala da 1 (rigidità minima) a 9 (rigidità massima), utilizzando un diario telefonico interattivo, durante la terza e la quarta settimana di ciascuno dei due periodi di studio.

In entrambe le fasi, i pazienti del gruppo mexiletina hanno riferito una minore rigidità rispetto a quelli del gruppo placebo. In media, nella prima delle due, i pazienti trattati col farmaco hanno riportato una rigidità pari a 2,53 contro 4,21 nel gruppo placebo (P <0,001) e nella seconda una rigidità pari a 1,60 con mexiletina contro 5,27 nel gruppo placebo (P = 0,04),

Il trattamento col farmaco ha anche migliorato la qualità di vita, come dimostrato dal punteggio più basso dell’INQOL–QOL (14,0 con mexiletina contro 16,7 con placebo; P < 0,001), e ridotto la miotonia della stretta di mano all’esame obiettivo (0,164 secondi con mexiletina contro  0,494 con placebo; P < 0,001).

Nove pazienti che assumevano mexiletina e uno in trattamento con placebo hanno manifestato effetti avversi gastrointestinali. Inoltre, due partecipanti hanno avuto effetti cardiaci temporanei(uno per ogni gruppo), ma hanno continuato lo studio.

“Questo trial è un trionfo per la ricerca sulle malattie rare e dimostra la capacità dei network di condurre studi clinici controllati e ben fatti su tali patologie” hanno commentato Eric Hoffman, del Children's National Medical Center, ed Henry Kaminski, della George Washington University, entrambi di Washington, nel loro editoriale di accompagnamento.

Il successo del trial, scrivono i due esperti, dovrebbe incoraggiare i ricercatori a fare altri studi, più ampi, sia su questo gruppo di malattie sia su altre patologie rare. Ma al di là di questo, sottolineano, è uno studio positivo che aiuterà i medici a curare i loro pazienti affetti da miotonie non distrofiche. "Il fatto più importante è che il farmaco ha funzionato" affermano Hoffman e Kaminski.

J.M. Statland, et al. Mexiletine for symptoms and signs of myotonia in nondystrophic myotonia: A randomized controlled trial. JAMA 2012; 308(13):1357-1365. Doi:10.1001/jama.2012.12607.
leggi



Alessandra Terzaghi