Il ‘vecchio’ anticoagulante warfarin è risultato associato a una diminuzione dei sintomi psicotici e anche a una remissione a lungo termine nei pazienti affetti da schizofrenia in uno studio preliminare presentato in occasione del congresso annuale della American Psychiatric Association (APA) a New York.

La ricerca, in cui sono stati esaminati pazienti adulti sottoposti a una terapia anticoagulante per una trombosi venosa profonda (TVP), ha rivelato che cinque di essi che erano anche schizofrenici e nello stesso tempo sono stati trattati in modo prolungato con warfarin per una TVP recidivante hanno raggiunto una piena remissione della psicosi. Inoltre, questi pazienti hanno potuto poi fare a meno di farmaci psicotropi per un periodo compreso tra i 2 e gli 11 anni.

I ricercatori hanno osservato che il meccanismo alla base di quest’effetto potrebbe essere coinvolgere l’attivatore tissutale del plasminogeno ( tPA ), una proteina che non solo promuove la dissoluzione dei coaguli, ma svolge anche un ruolo nella neurogenesi dopo uno stress grave.

"I nostri risultati suggeriscono che la normalizzazione della funzionalità del tPA potrebbe indurre remissione a lungo termine dei sintomi psicotici" scrivono i ricercatori.

Tuttavia, ha avvertito la prima firmataria dello studio, Silvia Hoirisch-Clapauch, ematologa specializzata in medicina vascolare dell’Università Federale di Rio de Janeiro in Brasile, questo non significa che gli psichiatri dovrebbero cominciare a prescrivere warfarin a questi pazienti. Occorrono, naturalmente, altri studi per confermare il dato e per chiarire esattamente come e se utilizzare l’anticoagulante nel trattamento della psicosi.

Warfarin, un farmaco anticoagulante, è ampiamente in uso per il trattamento della TVP e altri disturbi della coagulazione. La Hoirisch-Clapauch ha riferito che la clinica universitaria presso la quale lavora ha in carico pazienti con episodi ricorrenti di TVP, di cui circa 350 in terapia prolungata con warfarin.

Curando questi pazienti, la dottoressa si è accorta che cinque erano schizofrenici e tutti avevano raggiunto la remissione e avevano potuto sospendere la terapia con farmaci psicotropi. Troppo per essere una semplice coincidenza.

La ricercatrice e i suoi colleghi hanno notato che i pazienti schizofrenici presentano comunemente una riduzione del volume dell'ippocampo, spesso spiegata come provocata da un trigger (quale l'uso di droghe illecite o un precedente evento traumatico) e/o una condizione predisponente che altera la plasticità neuronale.

Nel novembre 2012, sono andati quindi su PubMed alla ricerca di dati su una proteina o proteine che potessero essere coinvolte sia nel meccanismo di anticoagulazione e fibrinolisi sia nella neurogenesi ippocampale o nella plasticità neuronale.

"La ricerca ha indicato un unico candidato, il tPA" scrivono gli autori. Warfarin, dal canto suo, inibisce l'attivazione dell’inibitore della fibrinolisi attivabile dalla trombina e questo fa a sua volta aumentare i livelli di tPA.

Tutti e cinque i pazienti schizofrenici avevano due o più condizioni caratterizzate da una bassa attività del tPA, ha riferito l’autrice.

Inoltre, ha spiegato la ricercatrice, una trasmissione dopaminergica deficitaria a livello dei recettori D1 nella corteccia prefrontale del cervello e un clivaggio alterato del precursore del fattore neurotrofico di derivazione cerebrale sono tra le anomalie biochimiche che possono essere collegaei all’alterazione dell’attività del tPA nei pazienti con schizofrenia .

Nel complesso, l’attivatore del plasminogeno media la neurogenesi ippocampale" scrivono i ricercatori e aggiungono che nessuno dei cinque pazienti schizofrenici mostrava alcun danno cerebrale ischemico nei test di neuroimaging .

"Una delle cose che si leggono sempre più spesso in letteratura è il ruolo del sistema infiammatorio nelle malattie psichiatriche, soprattutto nelle persone che hanno difficoltà a rispondere ai trattamento abituale” ha commentato Jeffrey Clothier, della University of Arkansas di Little Rock.

Inoltre, ha aggiunto lo psichiatra, “questo studio suggerisce che forse bisogna iniziare a ripensare alcune delle cose che facciamo per i pazienti, come trattare con gli antipsicotici a lungo termine coloro che ne hanno realmente bisogno”.

Anche lo specialista si è detto colpito del fatto che sebbene lo studio abbia riguardato solo cinque pazienti, si sia raggiunta la remissione nel 100% dei casi.