Bristol-Myers Squibb ha concluso un accordo del valore di $325 mln che la porterà all’acquisizione della biotech  americana Amira Pharmaceuticals. Fondata nel 2005 e con sede a San Diego in California, Amira ha una pipeline di ricerca piuttosto interessante tra cui spicca un farmaco noto con la sigla AM152 studiato per la cura della fibrosi idiopatica e della sclerodermia.

L’accordo prevede ulteriori pagamenti per altri $150 mln al raggiungimento di determinate milestones. Lo staff di ricercatori di Amira entrerà a far parte di BMS.

AM152 è un antagonista del recettore LPA1 (acido lisofosfatidico). Entro la fine dell’anno entrerà in fase II. In condizioni patologiche, LPA1 è associato alla rottura della barriera endoteliale e alla conseguente stimolazione dei fibroblasti di reclutamento, alla proliferazione e trasformazione, con conseguente deposizione eccessiva di proteine della matrice extracellulare. Gli studi sin qui condotti hanno dimostrato che il recettore LPA1 può giocare un ruolo in diverse patologie fibrotiche, tra cui la fibrosi polmonare idiopatica (IPF).

Oltre a AM152, Amira ha in sviluppo altri farmaci per l’asma e altre patologia di natura infiammatoria.

Se per BMS l’accordo rappresenta una buona opportunità per acquisire alcune molecole di potenziale interesse, l’affare l’hanno sicuramente fatto gli azionisti di Amira che, avendovi investito circa $28 mln, in pochi anni -la società è stata fondata nel 2005- hanno visto il loro capitale aumentare di oltre 10 volte.
Si tratta di società di venture capital Avalon Ventures, Prospect Venture Partners, Versant Ventures e Novo Ventures. Non sempre le cose vanno così bene e le società biotech rappresentano uno dei settori a maggior rischio d’impresa.