E’ una società giovane e in forte crescita, in controtendenza rispetto al panorama generale dell’industria farmaceutica, che nel quadriennio 2010-2014 ha deciso di investire in R&D oltre il 30% del fatturato totale e che dal 2006 ha una presenza significativa anche nel nostro Paese. Stiamo parlando di Celgene, un’azienda la cui mission è quella di portare ai pazienti farmaci sempre più innovativi per patologie per cui esistono ancora forti bisogni non soddisfatti.

E anche la modalità con cui la società ha deciso di farsi conoscere meglio dalla stampa italiana si discosta un po’ dallo standard generale, fatto principalmente di conferenze e comunicati stampa.  L’occasione per parlare di questa azienda deriva, infatti, dall’opportunità che ha dato a un gruppo di giornalisti italiani di visitare la sua sede europea, a Boudry, in Svizzera, e conoscere la direzione generale italiana e alcune delle più alte cariche dell’azienda a livello Emea.

Celgene nasce nel New Jersey alla fine degli anni ‘80 come spin off di una società chimica (Hoechst Celenase) ed entra nel settore farmaceutico nei primi anni ’90 grazie all’intuizione di scommettere sulle capacità di una molecola su cui forse nessun altro avrebbe puntato, la talidomide. Sviluppata da un’altra società e utilizzata verso la fine degli anni ’50 come anti-nausea nelle donne in gravidanza, era poi diventata tristemente nota per i suoi effetti teratogeni, causa di tanto dolore e sofferenza.

Celgene riuscì a dare una nuova vita a questa molecola, indirizzandone le ricerche sull’effetto anti angiogenesi verso i vasi che nutrono i tumori. Le ricerche di Celgene consentirono di ottenere nel 1998 l’approvazione Fda per talidomide nel trattamento delle manifestazioni cutanee della lebbra. Poi gli studi proseguirono in ematologia e oggi la molecola è approvata a livello mondiale per il trattamento del mieloma multiplo e questo farmaco ha cambiato il corso della malattia per migliaia di pazienti.

“Da questi presupposti ha preso avvio la storia di Celgene, che ha di fatto contribuito a cambiare il volto della medicina oncologica moderna, il cui obiettivo fin da principio è stato di investire nella ricerca e sviluppo di farmaci innovativi. Mettere in discussione i paradigmi, porsi delle domande che nessuno si pone e vedere ciò che gli altri non vedono, sono le basi dell’innovazione in medicina e anche della mission di Celgene”, ha spiegato Marie-France Tschudin, Head of Hematology / Oncology EMEA di Celgene.

Oggi Celgene è un’azienda biofarmaceutica leader mondiale nel settore dell'oncoematologia i cui prodotti di punta sono talidomide, lenalidomide, azacitidina, romidepsina e pomalidomide, farmaci sviluppati per il trattamento di alcuni tumori rari del sangue come il mieloma multiplo, le sindromi mielodisplastiche, la leucemia mieloide acuta e alcuni tipi di linfomi. L’azienda è presenta anche nel campo dei tumori solidi, con nab-paclitaxel, sviluppato per il trattamento del carcinoma mammario metastatico, del tumore del pancreas e del carcinoma polmonare NSCLC.

Punta anche all'area terapeutica Inflammation & Immunology, con farmaci diretti alla cura della psoriasi e dell’artrite psoriasica come apremilast e altri in studio, molto promettenti.

Attualmente la società sta portando avanti alcune collaborazioni per lo sviluppo di farmaci innovativi anche in altre aree terapeutiche tra cui le malattie infiammatorie croniche intestinali, la beta-talassemia e la sclerosi multipla, e ha stretto collaborazioni anche per lo sviluppo delle cosiddette CAR T-cell (linfociti ingegnerizzati per colpire i tumori) e di terapie con cellule staminali.

“La nostra strategia è quella di identificare possibili partner per lo sviluppo di terapie che hanno la potenzialità di cambiare la storia naturale delle malattie e di migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti, spiega Marie-France Tschudin.

“Il business model di Celgene ha consentito di conseguire risultati di eccellenza e, allo stesso tempo, migliorare la salute dei pazienti affetti da patologie gravi. Nel 2014, il fatturato di Celgene Corporation è stato di 7,5 miliardi di dollari (uno in più rispetto al 2013) e l’azienda prevede, per il 2017, il raddoppio a 14 miliardi, grazie ad una serie significativa di nuove terapie che saranno prossimamente immesse sul mercato.

Non solo nel campo dell’ematologia e dell’oncologia, settori in cui si concentra il core-business dell’Azienda, ma anche nell’area terapeutica Inflammation and Immunology (I&I), con un farmaco molto interessante per il trattamento della psoriasi e dell’artrite psoriasica, che segna un nuovo posizionamento per Celgene Corporation rispetto ai farmaci orfani e altamente specialistici”, spiega Tuomo Pätsi, presidente di Celgene Emea.

“Il valore che i nostri farmaci hanno portato ai pazienti è di notevole importanza, spiega Giovanni de Crescenzo, direttore medico di Celgene Italia. “Basti pensare al mieloma multiplo: grazie anche ai nostri farmaci, dal 2000 al 2009 l’aspettativa di vita è aumentata del 73% e per quanto riguarda le sindromi mielodisplastiche, dal 2004 al 2008, la sopravvivenza è aumentata del 60%. Parlando di tumori solidi, nab-paclitaxel è il primo farmaco che ha dimostrato di estendere la sopravvivenza di alcuni pazienti con tumore del pancreas per un periodo superiore ai tre anni e apremilast è il primo farmaco orale per la terapia orale della psoriasi e dell’artrite psoriasica sviluppato negli ultimi 15-20 anni. Celgene è, inoltre, l’unica azienda che a livello italiano ha ricevuto da Aifa l’innovatività per tre farmaci in un periodo inferiore a 12 mesi ed è la seconda in Europa per quanto riguarda lo sviluppo di ti terapie per malattie rare”.

Attualmente Celgene è presente in oltre 50 Paesi e commercializza i suoi prodotti in 100 Stati. L’Europa resta strategica per l’azienda. Nella regione Emea di Celgene, che comprende anche Medio Oriente e Africa, operano circa 2mila persone distribuite in 23 Paesi. Di questi, il 25% si occupa di ricerca clinica e medica e in Europa è presente oltre il 50% dei centri di sperimentazione clinica di Celgene. L’azienda opera nella sede di Boudry, in Svizzera, dal 2005 e qui si producono i farmaci per tutto il mondo.

Anche la recente riorganizzazione della sede italiana si inserisce in questo scenario. L’Italia è da sempre un Paese di riferimento per Celgene. Dal 2006, l’Azienda è infatti presente sul territorio con una struttura sia di ricerca clinica, sia commerciale, che ha sede a Milano e che conta 173 dipendenti (41 impegnati in R&D).

“La ricerca è un’eccellenza del nostro Paese e in Celgene c’è una grande attenzione ad essa e alla capacità di lavorare direttamente in clinica, a contatto con i ricercatori, come spiega il Pasquale Frega, Presidente e Amministratore Delegato di Celgene Italia: “negli ultimi 8 anni in Italia, sono stati condotti oltre 70 studi clinici, con investimenti per oltre 100 milioni di euro, e supportati circa 80 studi accademici indipendenti per un totale di 39 milioni di euro, arruolando solo negli studi spontanei più di 10.500 pazienti. Un contribuito importante da parte nostra, suffragato dalla qualità dei ricercatori italiani: in oncoematologia Roma, Bologna, Milano, Napoli, Torino e Genova sono centri che in molti casi, hanno fatto da caposcuola. Anche in molte altre aree terapeutiche la ricerca che sviluppa il nostro Paese è tra i primi posti al mondo, sia per quantità di pubblicazioni che per qualità (impact factor)”.

Forte anche dei risultati derivanti dagli investimenti nella ricerca, Celgene Italia continua a far registrare una crescita significativa, tanto che conta di raggiungere, entro la fine del 2015, quota 200 dipendenti. Una crescita che interesserà, in modo trasversale, tutte le funzioni, dalla medico-scientifica al marketing.

“L’innovazione in medicina, oltre che portare benefici diretti ai pazienti, ha ricadute positive anche sui sistemi sanitari e sull’economia dei paesi. L’aumento della produttività, la diminuzione dei costi di ospedalizzazione e assistenza, nonché la creazione di posti di lavoro nelle aziende che partecipano alla ricerca e produzione dei farmaci, sono tutti elementi che concorrono a favorire un circolo economico virtuoso. L’aumento delle conoscenze scientifiche, a loro volta, stimola l’investimento di maggiori risorse per lo studio di farmaci ancora più avanzati, spiega Frega.

“Celgene, impegnata fin dalla sua nascita nella scoperta e commercializzazione di farmaci innovativi in campo oncologico e, più recentemente, nell’area Inflammation & Immunology, nel 2014 ha investito oltre il 30% del fatturato in ricerca e sviluppo di farmaci innovativi.

Prosegue Frega:” Quando si entra in un’area terapeutica bisogna costruire delle competenze. Noi siamo arrivati nell’area dell’infiammazione-immunologia con apremilast sviluppato internamente. Successivamente, lo scorso anno, abbiamo ampliato il nostro portfolio acquisendo una tecnologia sviluppata in Italia per la malattia di Crohn, con un farmaco del gruppo Giuliani (mongersen) che ha evidenziato dei dati molto importanti. Mongersen è stato sviluppato dall’Università Tor Vergata con il supporto di Giuliani e in fase II ha dimostrato dati mai visti prima in termini di remissione in un numero consistente di pazienti. Oggi siamo in pieno sviluppo clinico di fase III a livello globale e aspettiamo i risultati nel 2017 con un lancio potenziale nel 2018-2019. La recente acquisizione di Receptos ha portato alle nostre conoscenze e al nostro portfolio una serie di prodotti molto interessanti con un nuovo approccio terapeutico per la sclerosi multipla e la malattia di Crohn e altre malattie su base immunologica”. 

“Oggi – conclude Frega -abbiamo diversi farmaci sul mercato, l’obiettivo è quello di dare risposte terapeutiche importanti per le 45 patologie che stiamo studiando e questo ci terrà sicuramente impegnati nei prossimi anni”.


Elisa Spelta