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Farmaceutica italiana, sviluppo in tempi di crisi

Non si arrende alla crisi e anzi, grazie all'export, ha forti segni di vitalità. Che però vanno sostenuti e incoraggiati, pena la perdita di competitività internazionale e posti di lavoro. Questo, in estrema sintesi, è la fotografia dell'industria farmaceutica a capitale italiano. Un gruppo di aziende, guidato da alcuni nomi molto noti ai quali fà seguito un intero comparto dedicato alla produzione di prodotti finiti e principi attivi, i cosiddetti API (Active Pharmaceutical Ingredients).

L'export di farmaci e intermedi per l'industria farmaceutica oggi vale circa 4,5 miliardi di euro, pari al 60% del fatturato globale delle aziende a capitale italiano e la quota di produzione destinata all'esportazione è cresciuta in circa 10 anni da pochi punti percentuali al 53% del totale. Ciò anche grazie a 35 acquisizioni.
Un settore in discreta salute, ancora in grado di competere a livello internazionale. 

I numeri della farmaceutica italiana sono stati snocciolati in occasione di un incontro svoltosi oggi a Milano nella sede di Assolombarda alla presenza del Dr. Sergio Dompè, presidente di Farmindustria, e di tanti nomi nobili dell'industria nazionale.
Occasione del meeting era la presentazione del volume dal titolo "Per lo sviluppo del settore farmaceutico in Italia" realizzato dalla fondazione Magna Carta in collaborazione con le maggiori aziende farmaceutiche italiane: Abiogen, Alfa Wasserman, Angelini, Bracco, Chiesi, Dompé, Italfarmaco, Menarini, Recordati, Rottapharm Madaus, Sigma Tau.

Nel rapporto è stato delineato il quadro dell'industria farmaceutica nazionale e sono state fornite una serie di indicazioni e di linee guida atte a favorire lo sviluppo del settore. La situazione attuale è caratterizzata da una domanda di salute in costante crescita, soprattutto per l'innalzamento dell'età media della popolazione italiana, la seconda al mondo per longevità, dopo il Giappone. Vi sono poi fattori fino a qualche anno fa imprevedibili, ovvero la maggiore domanda di salute degli immigrati, che oggi costituiscono già il 7-8% della popolazione italiana

Le indicazioni per lo sviluppo tracciate dalla fondazione Magna Carta potremmo così sintetizzarle: necessità di maggiore chiarezza e stabilità normativa, incentivi allo sviluppo su base automatica (defiscalizzazione delle spese in ricerca) e attraverso i contratti di programma, evitare l'eccessiva frammentazione normativa delle regioni, fonte di maggiori costi e ritardi nell'accesso ai farmaci, tutela della proprietà intellettuale e degli investimenti in ricerca, favorire la sperimentazione clinica dei farmaci.

Sono richieste già fatte in passato da Farmindustria e rivolte ai Governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni. La crisi attuale, a detta dei rappresentanti degli industriali, impone scelte chiare, velocità di esecuzione e integrazione tra le diverse componenti del sistema: aziende, autorità sanitarie centrali e locali, enti dedicati alla ricerca.

Per vedere in atto un sistema di questo genere non bisogna andare lontano. In Francia c'è già e sta funzionando. Come ha raccontato Christine Bagnaro esperta di scienze della vita del Ministero dell'Economia francese, il sistema messo in atto in Francia sta funzionando bene ed è stato recentemente migliorato. Alla base ci sono una fortissima integrazione tra sistema sanitario pubblico e imprese private, forti incentivi economici alla ricerca, basati sulla defiscalizzazione degli investimenti ma non solo, la scelta di puntare sui centri di eccellenza attraverso la creazione di 8 poli nazionali dedicati alla salute, facilitazione e incentivazione delle sperimentazioni cliniche (2.200 studi clinici realizzati ogni anno, il 23% dei quali in oncologia). Vi è poi un polo produttivo localizzato al nord ovest di Parigi, dove le imprese lavorano collegate fra loro da un network organizzativo ben integrato.

Non è un caso se poi la Francia è il primo paese in Europa nel settore farmaceutico e il terzo al mondo. Governo, Autorità sanitarie e imprese farmaceutiche francesi si siedono intorno a un tavolo non solo per parlare di razionalizzazione dei costi, come accade da noi, ma anche, e soprattutto, per cercare di sviluppare il settore. A tutto benefico dei malati. Risultato, la sanità francese, secondo l'OCSE, è la prima al mondo.

Da noi è tutto diverso, alle buone intenzioni spesso non seguono i fatti e l'assenza all'incontro di oggi di qualunque rappresentante del Governo, ancorchè invitato, non era un bel segnale.

Come vede il 2010 il presidente di Farmindustria? Fortemente condizionato dalle scelte governative. In assenza di penalizzazioni, il Dr. Dompè prevede un fatturato del settore stabile così come l'export, opportunità di lavoro per la parte più qualificata del settore, una sostanziale stabilità dell'occupazione nella produzione e, anche a causa delle pressioni delle regioni, il perdurare del calo nel numero degli addetti all'informazione medica.
Con soddisfazione, Sergio Dompè ha evidenziato come il sistema italiano si stia mettendo al passo dell'Europa per quanto concerne le sperimentazioni cliniche, specie per le fasi I e II, che fino a pochi anni fa si contavano sulle dita di una mano. Nel 2009 gli studi di fase I sono stati circa 80, quasi raddoppiati rispetto all'anno precedente, e il numero complessivo dei trials effettuati è salito a 851 (dati OsSC 2008) con un incremento del 14,2% sull'anno precedente.

Il presidente di Farmindustria ha anche sottolineato come i circa 6,2 miliardi di euro spesi per la cura di patologie croniche (malattie cardiovascolari e respiratorie, Alzheimer ecc) hanno determinato un risparmio di costi sanitari pari a 6,4 miliardi meno ospedalizzazioni e interventi chirurgici, rallentamento nella degenerazione di certe patologie) e probabilmente altrettanti risparmiati nelle giornate di lavoro non perse e nella minore spesa sociale.
Non mancano le preoccupazioni. Negli ultimi 4 anni si sono persi circa 5mila occupati e si prevede che altrettanti possano lasciare il settore nei prossimi anni.

Alla conferenza è intervenuto tra gli altri anche Federico Nazzari, past president di Farmindustria e ora nel CdA del Gruppo Recordati, che ha affermato "il settore farmaceutico è uno dei pochi treni che l'Italia non ha ancora perso a livello internazionale" anche se il nostro Paese ha bisogno di normative chiare, di valenza nazionale e stabili nel tempo. Ha inoltre sottolineato l'importanza di investire nella ricerca affermando che  l'Italia trarrebbe numerosi vantaggi se la ricerca venisse vista come "una risorsa e non come una spesa".

Siamo in un momento molto difficile e il bilancio statale non ammette fughe in avanti. L'auspicio degli industriali è che da una politica a singhiozzo, in cui la spesa farmaceutica è vissuta esclusivamente come un costo per la comunità, prevalga - e sia attuata- una concezione più moderna in cui il farmaco, oltre allo scopo primario per cui è nato e cioè la cura e il mantenimento della salute. possa essere interpretato anche come motore di sviluppo.

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