Menarini, condannati i vertici aziendali

La sentenza di primo grado molto severa. Dieci anni e sei mesi a Lucia Aleotti e 7 anni e mezzo al fratello Alberto Giovanni, rispettivamente presidente e vicepresidente del Gruppo farmaceutico Menarini. La condanna stata letta nel pomeriggio di ieri dal giudice Francesco Gratteri del tribunale di Firenze, al termine di un processo iniziato due anni fa.

La sentenza di primo grado è molto severa. Dieci anni e sei mesi a Lucia Aleotti e 7 anni e mezzo al fratello Alberto Giovanni, rispettivamente presidente e vicepresidente del Gruppo farmaceutico Menarini. La condanna è stata letta nel pomeriggio di ieri dal giudice Francesco Gratteri del tribunale di Firenze, al termine di un processo iniziato due anni fa.

Si tratta dell’atto finale di un’inchiesta iniziata nel novembre 2011 quando i militari si presentarono nella sede del gruppo farmaceutico, a Firenze e in varie altre città italiane, contestando una serie di accuse anche ad Alberto Sergio Aleotti, allora patron del gruppo, deceduto nel 2014.

Le accuse  al gruppo Menarini
Secondo gli inquirenti, per quasi trent’anni, dal 1984 al 2010, l’azienda toscana avrebbe usato società estere fittizie per l’acquisto dei principi attivi, con lo scopo di far aumentare il prezzo finale dei propri farmaci. Grazie a una serie di false fatturazioni, il Sistema sanitario nazionale ha rimborsato medicinali con prezzi gonfiati. Il danno per lo Stato italiano sarebbe stato di 860 milioni di euro.

Per queste accuse il giudice ha deciso la confisca di oltre un miliardo di euro, e interdetto per sempre i due fratelli dai pubblici uffici. Lucia Aleotti, alla quale è stato contestato anche un episodio di corruzione, per tre anni non potrà intrattenere rapporti con la pubblica amministrazione.

Assolti, invece, i collaboratori Giovanni Cresci, Licia Proietti e Sandro Casini, e la madre, Massimiliana Landini. Esclusa anche per i fratelli Aleotti l’accusa di truffa.

Al processo si erano costituite come parti civili quasi 200 Aziende sanitarie. L’esclusione per i due fratelli Aleotti del reato di truffa, come ricordato anche in un comunicato del collegio dei difensori, ha di fatto annullato la possibilità di un rimborso per danni alle Asl. Rimborso (100 mila euro) che invece è stato riconosciuto alla Presidenza del Consiglio dei ministri.

Nel corso delle indagini la procura chiese, e ottenne, il sequestro di 1,2 miliardi, la cifra che la famiglia Aleotti avrebbe fatto rientrare dall’estero con lo scudo fiscale, ma che gli investigatori ritenevano fosse il frutto di condotte illecite. Su quel sequestro difese e pm ingaggiarono una vera e propria battaglia, fatta di ricorsi e pronunce della Cassazione, fino alla confisca di oltre un miliardo di euro decisa dal tribunale. 

La difesa: “faremo appello”
Dopo la lettura della sentenza, l’avvocato Sandro Traversi, anche a nome degli altri difensori, subito ha annunciato ricorso in appello, convinto che ci siano «elementi seri» per ritenere che i reati contestati non siano sostenibili.

 “Si tratta di una sentenza complessa, che ha giudicato insussistente il filone relativo alla presunta truffa e all’ipotesi di riciclaggio, ritenendo invece sussistente quello della frode fiscale” spiega Mario Casellato, componente del collegio difensivo dell’azienda. “Presenteremo ricorso in appello, siamo certi di avere la documentazione che ci darà ragione e permetterà di escludere la frode fiscale”, aggiunge Casellato.

In una nota il collegio difensivo della famiglia Aleotti afferma: «La sentenza del Tribunale ha escluso l'esistenza della truffa ai danni del servizio sanitario nazionale consistente, secondo l'accusa, nell'ottenere prezzi gonfiati dei medicinali. Di conseguenza sono state respinte tutte le pretese delle aziende sanitarie (circa 200). La condanna per riciclaggio riguarda esclusivamente i capitali personali scudati dal dottor Alberto Sergio Aleotti (il padre dei due fratelli deceduto nel 2014, ndr) che il tribunale ha ritenuto provenienti da frode fiscale. Lavoreremo ancora - aggiunge la nota dei difensori - per far emergere ancor meglio, in appello, dalla enorme mole di documentazione acquisita al processo, le evidenti prove della estraneità dei nostri assistiti anche ai fatti per i quali oggi vi è una sentenza negativa».