Il grosso delle vendite di Big Pharma ancora da farmaci 'vecchi'

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In tema di innovazione, le varie Big Pharma non sembrano messe così bene come a volte dichiarano. Lo si evince chiaramente dalla classifica redatta da Forbes del cosiddetto ‘Indice di freschezza’, cioè la percentuale delle vendite di un’azienda derivante da farmaci approvati negli ultimi 5 anni, un modo chiaro e intuitivo per valutarne la propensione all’innovazione.

La fotografia che emerge non è certo entusiasmante; nel complesso, infatti, solo il 10% delle vendite dei prodotti (per un totale di 32 miliardi di dollari) è derivato da farmaci approvati dopo il 2007 e solo il 48% (per un totale di 150 miliardi di dollari) da prodotti approvati durante gli ultimi 12 anni (un lasso di tempo che coincide più o meno con quello della copertura brevettuale).
Il calcolo dell’Indice di freschezza e la stesura della classifica sono possibili grazie al fatto che nell’ultimo decennio le aziende farmaceutiche sono state più trasparenti riguardo alle vendite dei loro prodotti di punta, di cui ormai riportano abitualmente i numeri quando comunicano i loro risultati finanziari annuali.

Nel 2012, per esempio, le 13 Big Pharma più importanti hanno reso noti i dati di vendita di 314 prodotti, corrispondenti al 79% (circa 309 miliardi di dollari) delle loro vendite. I farmaci di cui non state comunicate le cifre sono quelli troppo poco rilevanti per interessare agli investitori.

Paradossalmente, la maggior parte delle vendite dei prodotti più importanti delle farmaceutiche top (in totale 159 miliardi di dollari) arriva da prodotti approvati prima del 2001, che sono già generici o stanno per diventarlo. Il dato è in un certo senso sorprendente perché si pensa che di norma i prodotti ‘griffati’ che perdono il brevetto siano destinati a finire rapidamente nel dimenticatoio come marchio. Forse questa longevità appare più comprensibile per i biologici dal momento che ci sono ancora pochi biosimilari in circolazione con cui dover competere.

In effetti, 31 dei prodotti approvati prima del 2001 (corrispondenti a vendite per 59 miliardi di dollari) sono biologici. Il resto sono piccole molecole vecchie di oltre 12 anni. Stando così le cose, il futuro delle Big Pharma, quanto meno nel breve termine, sembra dipendere in gran parte dalla loro capacità di vendere generici.

C’è da dire che, in quanto a innovazione, le multinazionali del farmaco non sono tutte sullo stesso piano, anche se nessuna sembra brillare in questo senso. In cima alla top ten dell’Indice di freschezza per il 2012 si piazza Novartis, con il 19% delle vendite provenienti dai suoi farmaci più nuovi, come l’anti-sclerosi multipla fingolimod e l’immunosoppressore e antitumorale inibitore di mTOR everolimus.

Al secondo posto, a una certa distanza, troviamo GlaxoSmithKline, con il 12%, seguita a stretto giro da Johnson & Johnson, con oltre l'11%, e poi da Pfizer, vicina al 10%. La poco invidiabile posizione di fanalini di coda spetta, invece, ad AstraZeneca e Abbot, entrambe con meno del 2% delle vendite derivanti da farmaci approvati dal 2007 in avanti.
Nel complesso, sei delle 13 Big Pharma più importanti ricavano meno del 5% delle loro vendite da prodotti che hanno meno di 5 anni di vita.

Come interpretare questi dati? E cosa aspettarsi, quindi, per il futuro? Una cosa è certa: i farmaci nuovi crescono lentamente. L’idea che diventino rapidamente dei blockbuster subito dopo il lancio è irrealistica e contro l’evidenza dei fatti.

 Per raggiungere questo traguardo la maggior parte ci impiega come minimo 5 anni o anche di più e tanti farmaci non lo diventano mai. Dei 171 farmaci lanciati dal 2000 a oggi considerati nella classifica, solo 40 (il 23%) sono diventati blockbuster e solo un quarto degli aspiranti blockbuster mantengono le promesse.


Alessandra Terzaghi


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