"La nostra ricetta è semplice e a costo zero: non vogliamo, non chiediamo agevolazioni o incentivi, ma un patto di stabilità' e regole certe che non cambino ogni due mesi". E' quanto detto da Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, a Parma per partecipare alla terza tappa di "Produzione di valore", un progetto finalizzato ad accendere i riflettori sull'importanza del comparto nell'economia del Paese che si è svolta presso il Centro ricerche di Chiesi farmaceutici.

La sede non poteva essere più appropriata. Costato oltre 90 milioni di euro, il Centro ricerche Chiesi è il più grande sito di R&S lungo lo Stivale, con 420 ricercatori al lavoro e 20 brevetti già prodotti.

«Noi rappresentiamo più di 200 imprese al top per propensione all'innovazione e all'export che vogliono continuare a investire in questo Paese, ma non possiamo più permetterci di essere l'unico settore che si fa carico dei tagli alla spesa pubblica», esordisce Lucia Aleotti, vicepresidente Farmindustria con delega allo Sviluppo industriale.

La farmaceutica è il settore in Italia con la più alta propensione alla Ricerca e all’Innovazione: investe ogni anno 1,2 miliardi di euro in Ricerca e Sviluppo, ovvero il 12% degli investimenti totali dell’industria manifatturiera e ha una intensità di R&S (in termini di addetti e investimenti) che è 5 volte superiore alla media; è il settore con la più alta quota di imprese che svolgono attività innovativa (81%), dato per il quale l’Italia è seconda in Europa solo alla Germania.

Per mettere in commercio un nuovo medicinale sono necessari 10-15 anni di studi e ricerche, oltre 1 miliardo di euro di investimenti, ma solo una sostanza ogni 10 mila arriva sul mercato e solo 2 farmaci su 10 ammortizzano i costi.

"Il nostro è un paese che con la farmaceutica non è mai stato tenero - ha sottolineato Scaccabrozzi - Nonostante sia un settore ben regolamentato, in salute, con i conti in ordine è spesso oggetto di tagli di spesa da parte dei governi. Negli ultimi dieci anni, ad esempio, abbiamo avuto 44 manovre e per chi deve fare un piano industriale e soprattutto ricerca è molto difficile poter programmare, fare investimenti".

Cosa chiede all'ora il mondo della farmaceutica? "Un patto di stabilità di almeno due, tre anni - ha risposto Scaccabarozzi - E' quello che ci serve per poter programmare. Se non facciamo questo passo rischiamo davvero di perdere il nostro ruolo in Europa, che è un ruolo ancora di primaria importanza".

Prospettive di stabilità richieste anche Alberto Chiesi, presidente di Chiesi Farmaceutici e dal sindacato. "Serve una inversione di tendenza da parte del governo ed un passo decisivo verso la tutela dell'occupazione - ha spiegato infatti Paolo Pirani, segretario generale Uiltec - Oggi sono infatti a rischio nel nostro settore e nell'indotto ben diecimila posti".

"In regione stiamo facendo investimenti sia in ricerca che attraverso i poli tecnologici su settori che strategicamente incrociano l'industria farmaceutica - ha invece spiegato il presidente della regione Emilia-romagna Vasco Errani - C'é bisogno però che anche a livello nazionale la politica faccia un salto innovativo, dentro naturalmente ad un sistema sanitario che continua ad essere sottofinanziato".
 
IL RUOLO MANIFATTURIERO DELL’INDUSTRIA FARMACEUTICA
Se la leadership delle imprese del farmaco nell’innovazione potrebbe quasi sembrare “scontata”, è importante considerare che in Italia le imprese stesse hanno anche una fortissima vocazione industriale con 174 stabilimenti di produzione, nei quali investono 1,2 miliardi all’anno e quasi 40 mila addetti impiegati alla produzione o come personale di sede, il 60% dei 64 mila totali, svolgendo, di conseguenza, un fondamentale ruolo manifatturiero: producono infatti più medicinali e vaccini di quanti se ne consumano.

Nella classifica europea, per valore assoluto della produzione l’industria farmaceutica viene subito dopo la Germania che occupa il primo posto. Ruolo confermato dalla Relazione Annuale della Banca di Italia secondo cui dal 2007 si è verificata una flessione dell’attività manifatturiera ad eccezione della farmaceutica.

Per quanto riguarda invece la necessità di sostenere i conti con l’estero:
- la farmaceutica esporta il 67% dei suoi 26 miliardi prodotti ogni anno;
- dal 2007 l’export italiano è cresciuto più che nell’Ue15 (+44% rispetto a +28%).

Valori realizzati congiuntamente all’indotto, un insieme di aziende hi-tech, con 60 mila addetti, 14 miliardi di fatturato e una qualità che consente loro di essere leader mondiali, con un’esportazione fino al 95% del fatturato.

La farmaceutica e il suo indotto insieme contano 123 mila addetti, una dimensione pari a quella dell’industria tessile, per fare il paragone con uno dei settori tipici del made in Italy.

Numeri che è necessario contestualizzare all’interno dei singoli territori per capirne l’importanza strategica.

L’EMILIA ROMAGNA
In Emilia Romagna, le imprese del farmaco rappresentano una realtà significativa con 15 aziende e 3.300 addetti (soprattutto a Parma, Bologna, Modena) e una presenza produttiva e di Ricerca legata a importanti aziende  italiane, sempre più internazionalizzate, a grandi imprese a capitale estero, a PMI molto attive nell’attività manifatturiera.

Parma è la provincia a maggior presenza farmaceutica, tra le prime 10 in Italia. Per esportazioni la farmaceutica è il 3°settore (dopo alimentare e meccanica) e rappresenta l’11% del totale e l’85% di quello hi-tech.

 

  SETTORE DI PUNTA MA CRESCONO I SEGNALI DI RISCHIO
Tutto questo in un contesto che vede in Italia la spesa farmaceutica pubblica inferiore, in termini procapite, del 26% rispetto agli altri grandi Paesi europei.
La farmaceutica pubblica che pesa il 14% del totale della spesa sanitaria è ormai da anni sotto controllo mentre non si può dire la stessa cosa delle voci che costituiscono il restante 86%.

Un contesto nel quale dal 2007 al 2011 le imprese del farmaco hanno avuto oneri complessivamente pari a 11 miliardi derivanti da provvedimenti nazionali dettati dalle esigenze di finanza pubblica (in termini di tagli dei prezzi, riduzione di risorse, importi una tantum), ai quali si devono sommare gli effetti delle numerose misure adottate a livello regionale. Un importo che crescerà di 4 miliardi all’anno nel triennio 2012-2014.

L’industria farmaceutica c’è e ha voglia di fare, ma crescono i segnali di rischio.
Il trend dell’occupazione, in calo dal 2006 di 11.500 mila addetti e gli studi clinici, diminuiti in Italia del 23% in 3 anni, più che negli altri grandi Paesi europei mostrano la necessità di scelte urgenti per rendere più attrattivo il Sistema Paese.

E segnali negativi arrivano:
• dagli investimenti, diminuiti nel 2012 per la prima volta in dieci anni;
• dai tempi per l’accesso all’innovazione che sono lunghi (un farmaco nuovo impiega circa due anni per essere a disposizione del Paziente);
• dai pagamenti della P.A. in media di quasi 250 giorni, con punte di oltre 600, per un credito totale vantato dalle imprese di 4 miliardi (circa il 30% del fatturato a ricavo industria derivante della spesa pubblica), di cui 1,7 relativo a contratti firmati da inizio 2013.

MISURE PER LA CRESCITA
Ma tornare a crescere è possibile con un quadro normativo e regolatorio più competitivo garantito da un Patto triennale per il settore e da una minore frammentazione a livello regionale. E con misure da accompagnare a un migliore accesso all’innovazione, alla semplificazione burocratica, al rispetto della proprietà intellettuale e alla valorizzazione della presenza industriale attraverso il riconoscimento del marchio.

Crescere è un obiettivo urgente che si può avvalere della leva dell’industria farmaceutica. Che è pronta a fare la sua parte insieme con le Istituzioni e i Sindacati, per creare una grande alleanza per il bene dell’Italia.