Per le grandi imprese farmaceutiche, l'espansione nei paesi emergenti basterà a colmare il gap dovuto alla scadenza dei brevetti? Secondo un articolo apparso sul Wall Street Journal sembra proprio di no, almeno guardando nel lungo periodo.

Attualmente gli Usa e l'Europa costituiscono i due terzi del mercato farmaceutico mondiale benché vi viva solo il 15% della popolazione. Recentemente, molte società del settore stano accrescendo la loro presenza nei cosiddetti "pharmaemerging countries": già oggi società come Roche e Novartis generano circa un quarto del loro fatturato in questi paesi, Merck conta di raggiungere questo traguardo nel 2013 e AstraZeneca nel 2014.

L'insieme dei paesi emergenti ha un consumo di farmaci pari a 200 miliardi di dollari, ma questa cifra è destinata a crescere considerevolmente. Si stima che nel 2020 le vendite di farmaci in questi paesi possano eguagliare quelle di Usa ed Europa, trainate dalla crescita dei sistemi sanitari e dal progressivo spostamento verso la medicina moderna. La copertura della spesa sanitaria statale in queste aree è attualmente inferiore al 50%, verso il 70% dei paesi sviluppati.

Tutto positivo dunque per chi produce farmaci? Non è proprio così. Innanzitutto i paesi di cui stiamo parlando sono molto numerosi e vi è un mercato molto frammentato. Sei grandi paesi (Brasile, Russia, India, Cina, Messico e Turchia) da soli costituiscono circa la metà delle vendite dei paesi emergenti. Tutto il resto è frammentato in tante piccole realtà.
Poi ci sono le peculiarità locali. Ad esempio, in Brasile e Cina la pubblicità per i farmaci OTC è vietata, le aziende devono perciò dotarsi di reti di informatori scientifici  molto numerose.

Inoltre, i margini di vendita in questi paesi sono inferiori di circa la metà rispetto a quelli cui le aziende sono abituate nei paesi occidentali. Inoltre, le decisioni sui prezzi dei farmaci sono cruciali per lo sviluppo in questi mercati. C'è chi punta all'espansione in termini di volumi e tiene bassi i prezzi, chi invece bada di più ai profitti.
Infine, in questi stati le aziende locali sono in genere molto competitive, anche perché sono in qualche modo sostenute dai governi. Poi bisogna superare le barriere linguistiche e quelle culturali.

Insomma, i nuovi mercati, sicuramente molto interessanti, non rappresentano una panacea per le aziende farmaceutiche che sono alla ricerca dei fatturati che stanno per perdere nel mondo occidentale. Da soli però non possono risolvere il problema di una scarsa pipeline e della carenza di farmaci realmente innovativi.