Pfizer esce dalle neuroscienze e rinuncia alla ricerca su Alzheimer e Parkinson

Pfizer ha comunicato la decisione di interrompere la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci per Alzheimer e Parkinson. La rinuncia comporterÓ il licenziamento di 300 ricercatori nel settore delle neuroscienze, soprattutto delle strutture di Cambridge e Andover nel Massachusetts, e di Groton nel Connecticut.

Pfizer ha comunicato la decisione di interrompere la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci per Alzheimer e Parkinson. La rinuncia comporterà il licenziamento di 300 ricercatori  nel settore delle neuroscienze, soprattutto delle strutture di Cambridge e Andover nel Massachusetts, e di Groton nel Connecticut.

«Abbiamo deciso di riallocare gli investimenti all’interno del nostro portafoglio prodotti, per concentrarci su quelle aree in cui la nostra pipeline e la nostra competenza scientifica sono più forti» ha dichiarato la società in una nota.

Finora Pfizer ha investito molto nella ricerca per il Parkinson e l'Alzheimer e, insieme a GlaxoSmithKline e Eli Lilly, è una delle aziende farmaceutiche che fa parte del Dementia Discovery Fund, un fondo lanciato nel 2015 dall'industria e da gruppi governativi che ha l’obiettivo di sviluppare nuovi trattamenti per l'Alzheimer.

Ma in questa area Pfizer ha avuto anche diverse delusioni. Nel 2012, insieme al partner Johnson & Johnson, ha interrotto lo sviluppo del farmaco bapineuzumab, dopo i risultati non positivi sull’Alzheimer da lieve a moderata ottenuti nella seconda tornata di studi clinici.

L’azienda ha comunicato che la ristrutturazione non influirà sui farmaci di quest’area già in fase avanzata di sviluppo, come tanezumab, un anticorpo monoclonale umano per il trattamento del dolore in fase III sviluppato congiuntamente con Eli Lilly e Lyrica, farmaco antiepilettico molto utilizzato per il dolore neuropatico e in studio anche per la terapia della  fibromialgia, nonché la ricerca sui farmaci neurologici per le malattie rare. La società prevede inoltre di avviare presto un fondo di venture capital dedicato alle neuroscienze.

Si prevede che oggi Pfizer faccia una presentazione alla J.P. Morgan Healthcare Conference di San Francisco, l’evento annuale più importante per gli investitori sanitari. La società sta attualmente valutando il futuro della sua divisione consumer-health, non escludendo una cessione o uno spin-off che potrebbe portare miliardi. L'unità ha registrato entrate per 3,4 miliardi di dollari nel 2016.

Pfizer in neurologia: una presenza importante
Pfizer ha investito notevoli risorse nella ricerca e nello sviluppo di farmaci in grado di migliorare i sintomi associati a molte patologie neurologiche. Il suo portafoglio prodotti include infatti numerosi farmaci per il trattamento di molteplici disturbi del sistema nervoso centrale.
I prodotti in commercio spaziano da quelli destinati ai disturbi di ansia come Tavor (lorazepam), alla depressione come Edronax (reboxetina), Zoloft (sertralina) e Efexor (Venlafaxina ) e insonnia, come Halcion (triazolam).

Pfizer ha anche importanti farmaci per il trattamento dell’epilessia Lyrica (pregabalin) e Zarontin (etosuccimide), oltre a trattamenti proprio per il morbo di Alzheimer, come Aricept (donepezil) e la malattia di Parkinson, come Cabaser (cabergolina).

I motivi della decisione
Ma perché la decisione di Pfizer di abbandonare la ricerca in queste due malattie così importanti, per di più in un mercato destinato a crescere, a causa dell’aumento del numero di individui che raggiungono un’età avanzata e che sono a rischio di insorgenza di molti di questi disturbi?

Il problema di fondo risiede nel fatto che, nonostante i rapidi progressi nella nostra comprensione dei meccanismi delle malattie e un numero sempre crescente di nuovi obiettivi per l'intervento terapeutico, la scoperta e lo sviluppo di farmaci rimane un'attività altamente rischiosa dal punto di vista finanziario.

Lo sviluppo è particolarmente difficile per i trattamenti di malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer, in cui la traduzione da modelli animali di efficacia al successo umano è scarsa o sconosciuta, i tempi per lo studio clinico sono lunghi e i marker di efficacia sono ancora in evoluzione.

Possono volerci decenni per trasformare un nuovo concetto di prodotto in qualcosa di reale. Spesso il valore commerciale non viene realizzato fino a quando non viene dimostrata la prima prova che il farmaco funziona. Successivamente, sono necessari ulteriori e ingenti investimenti per condurre gli studi clinici necessari a comprovare le richieste di sicurezza ed efficacia per l'approvazione del mercato.

Con il forte rischio di fallimento negli stadi avanzati dello sviluppo, con conseguente azzeramento delle prospettive di guadagno, non fosse altro che per rientrare per lo meno delle somme investite in ricerca.

All’alto rischio economico si aggiungono i problemi oggettivi che si verificano nel corso delle sperimentazioni cliniche, legati principalmente all’interpretazione dei risultati terapeutici da parte del paziente e alla valutazione degli stessi dal parte del medico o dell’analista dei dati. Non dimentichiamo che stiamo parlando di pazienti con funzioni cognitive parzialmente compromesse, la cui comprensione dei sintomi della malattia e soprattutto degli eventuali miglioramenti clinici a seguito di un trattamento, non di rado hanno un attendibilità limitata.