"Nonostante la difficile congiuntura internazionale – afferma Alessandro Sidoli Presidente di Assobiotec - il biotech in Italia è in continua crescita, e rappresenta oggi una solida realtà industriale con diversi campi di applicazione. Anche a livello internazionale il nostro Paese si è guadagnato un ruolo di tutto rispetto, posizionandosi al terzo posto in Europa per numero di imprese 'pure biotech'. Le aziende italiane - spiega il numero uno di Assobiotec - prevalentemente piccole imprese innovative, dimostrano infatti notevoli capacità di ottimizzare gli investimenti in termini di creazione di valore e possono contare su eccellenze scientifiche
assolutamente competitive, vantando competenze molto specialistiche".

E’ con questo spirito costruttivo che pochi giorni fa si sono riuniti a Roma alcuni dei massimi esponenti del mondo Istituzionale, della Salute e delle Università, con l’obiettivo di approfondire lo stato della ricerca scientifica in Italia.

Il Convegno, dal titolo "Le Nuove Frontiere della Ricerca per una Partnership in Italia" ha avuto come obiettivo quello di fare il punto sulla medicina del futuro, le aree terapeutiche quali nefrologia, virologia, oncologia, tecnologie cardiovascolari e allo sviluppo delle biotecnologie in differenti campi di ricerca. Ricercare, sviluppare nuovi farmaci e al tempo stesso creare sinergie con la comunità scientifica, per individuare opportunità di collaborazioni e interessi comuni.

“Nel contesto economico attuale, ci è sembrato doveroso come Abbott fare la nostra parte promuovendo un dibattito su come continuare ad attrarre investimenti in Italia. Un settore come quello della salute, che sta alla frontiera dell’innovazione, con elevato valore aggiunto, sociale oltre che economico, meriterebbe una chiara programmazione ed incentivi specifici, in un contesto di certezza delle regole. Abbott in Italia crede che ci siano gli elementi per farlo con successo ma è necessario che tutti gli attori in questo campo facciano la loro parte.” Ha dichiarato Fabrizio Greco, Amministratore Delegato di Abbott in Italia. La sfida della produttività decrescente della Ricerca e Sviluppo non può essere vinta con le sole risorse interme di cui un’azienda dispone: è sempre più fondamentale individuare nuovi partner esterni e nuovi modelli di sviluppo, con cui eventualmente esplorare delle possibilità di collaborazione in Italia.

È stata l’occasione per Abbott di presentare i propri obiettivi di sviluppo e ricerca ed i modelli di partnership con Aziende e Istituzioni. “La nostra strategia per la pipeline si focalizza su alcune tra le più rilevanti domande di salute ancora inevase con l’ambizione di offrire soluzioni complete di gestione delle malattie, che spaziano dal test diagnostico al monitoraggio, dalla terapia nutrizionale al trattamento farmacologico, includendo dispositivi medici e interventi chirurgici. In sintesi, prevediamo di rendere accessibili 20 prodotti nuovi o di nuova generazione o nuove indicazioni entro il 2012 e oltre 75 nei prossimi cinque anni. Per mantenere fede a questa promessa di innovazione, sono in corso più di 350 studi clinici e circa 7.000 scienziati Abbott sono oggi impegnati nella ricerca nei circa 25 centri di ricerca e sviluppo nel mondo, per un investimento totale in ricerca e sviluppo che nel 2010 è ammontata a 3,7 miliardi di dollari. Per quanto riguarda l’Italia, sono in corso più di 40 studi su farmaci, principalmente in oncologia, immunologia, nefrologia, infettivologia, neuroscienze e area cardiometabolica, con il coinvolgimento di oltre 130 centri pubblici e privati. Oltre 20 studi sono inoltre in corso nell’area vascolare e della diagnostica”. Ha sottolineato Greco.

Con l’occasione abbiamo rivolto qualche domanda ad Alessandro Sidoli, Presidente Assobiotec, per meglio conoscere la situazione del biotech nel nostro Paese.

Dottor Sidoli, qual è lo stato dell’arte del biotech in Italia, per quanto concerne il mondo della salute?
Le biotecnologie italiane sono prevalentemente “rosse”, nel senso che il 70% delle imprese opera, per l’appunto, nel settore salute (red biotech), che esprime 246 imprese sul totale (375). Quelle italiane sono prevalentemente piccole imprese innovative, che dimostrano notevoli capacità di ottimizzare gli investimenti in termini di creazione di valore e che possono contare su eccellenze scientifiche assolutamente competitive. Ne è la riprova la consistente pipeline di farmaci e diagnostici altamente innovativi, che vede aumentare costantemente il  numero di prodotti in ricerca e sviluppo. Il nostro Paese conta infatti 233 progetti e prodotti in sviluppo (di cui 89 in fase di sviluppo preclinico e 144 in clinico), che trovano applicazione terapeutica nelle aree dell’oncologia (36% dei prodotti), dell’infiammazione e malattie autoimmuni (15%) e della neurologia e malattie infettive (entrambi 11%). A questi si aggiungono ulteriori 69 progetti in fase early-stage (o “discovery”), che rappresentano una interessante promessa per il settore per i prossimi anni, e che fanno salire a 302 i progetti e prodotti italiani complessivamente in sviluppo.

Di cosa ha bisogno questo settore per crescere di più?
Le imprese innovative attive nel biotech, prevalentemente di piccole dimensioni, vivono in Italia il drammatico problema dell’accesso ai finanziamenti. In questo ambito vi sono due iniziative su cui Assobiotec si sta impegnando da tempo: l’adozione dello status della Piccola Impresa Innovativa (PII) e la creazione di un fondo di investimento specifico per il biotech. Per quanto riguarda la PII proponiamo di riservare a questa tipologia di impresa, che investe in R&S più del 30% del totale dei costi aziendali e che ha un numero di addetti dedicato alla R&S superiore al 30% del totale, alcune agevolazioni fiscali specifiche, come ad esempio il credito d’imposta alla ricerca in quota significativa e per un periodo temporale adeguato, e la riduzione temporanea dei contributi per l’assunzione di personale R&S. Anche la costituzione di un fondo per il biotech rappresenta una misura strategica, che potrebbe permettere alle realtà altamente promettenti di continuare il percorso di sviluppo dei prodotti fino al mercato, senza dover cedere quote o proprietà intellettuale ad altre imprese in cambio di liquidità. L’iniziativa dovrebbe coinvolgere soggetti privati, sia finanziari che industriali, con il supporto di misure mirate a favorire l’investimento ad alto rischio, tipico del settore.

I nostri giovani sono sulle riviste di tutto il mondo con le loro pubblicazioni scientifiche. Cosa fare per tenerli in Italia?
Il biotech in Italia ha in teoria grandi prospettive. Ma devo premettere, anche per onestà intellettuale, che purtroppo la richiesta di personale qualificato da parte del settore industriale è oggi molto al di sotto del numero di ricercatori che si formano nel nostro Paese e che si affacciano ogni anno al mercato del lavoro. Ciò detto, in azienda le principali opportunità di inserimento rimangono ancora legate all’ambito scientifico. Si spazia infatti dalla ricerca industriale e applicata, allo sviluppo di processo, alla produzione (Upstream & Downstream), alle Quality operations (Quality Control, Quality Assurance).
La capacità del nostro Paese di tenere in Italia i propri ricercatori, anche quelli attivi in aimbito biotech, dipenderà esclusivamente dalla volontà di attuare specifiche politiche fiscali che incentivino le piccole imprese a crescere e svilupparsi.

Le risorse che (immagino) chiedete, cosa possono portare al sistema Paese?
Il biotech è rilevante di per sè e vale già oggi, a livello mondiale, lo 0,4% -1,1% del PIL (E&Y 2010), ed è cresciuto in media dell’11% negli ultimi 3 anni. In prospettiva il settore potrà avere un impatto significativo sul PIL italiano (circa il 18%) e sull’occupazione (circa 9%) (CrESIT 2010). Questi numeri parlano già da soli.
Eppure le nostre Istituzioni restano incredibilmente cieche di fronte alle potenzialità del comparto per la competitività del nostro Paese. Basti pensare che in Francia o Usa c’è un credito d’imposta sulle spese di ricerca interna che arriva al 50%, mentre in Italia è del 10%, tra l’altro con un meccanismo non chiaro e variabile: ciò ci pone automaticamente in una posizione di grande svantaggio, che porta gli imprenditori a guardare all’estero per la creazione d’impresa. E’ quindi necessario avere una fiscalità strutturata e continuativa, che si sviluppi su un arco temporale adeguato. In tema di finanziamenti, a parte l’ammontare degli stessi, sono estremamente rilevanti i tempi in cui le imprese possono conoscere l’esito della loro application ai bandi, come anche i criteri di valutazione delle proposte. Meglio selezionare pochi progetti interessanti che finanziare a pioggia innumerevoli iniziative, molte delle quali hanno poche speranze di sviluppo. Qualità e meritocrazia devono essere le parole chiave dell’intero processo.