Teva, multinazionale del farmaco generico, e non solo, prosegue instancabile nella sua azione di sviluppo e diversificazione. La società ha reso noto di essere in fase avanzata di sviluppo di un farmaco biosimilare di rituximab, un farmaco che registra vendite annue per 5,7 miliardi di dollari.
L'azienda di Tel Aviv sta arruolando 60 pazienti in Germania e in Ungheria per uno studio che confronterà il biosimilare, noto per ora con la sigla TL011, con il farmaco biologico originatore.

Attualmente rituximab è indicato per la terapia dell'artrite reumatoid e e di due tipi di tumore (linfoma non-Hodgkin e leucemia linfocitica cronica). Viene venduto da Roche e Biogen Idec (in Usa). Teva, ha già sviluppato una versione biosimilare di filgrastim.

Entro il 2015 scadrà il brevetto per farmaci biologici che hanno vendite per circa 53 miliardi di dollari. Una grande opportunità per le poche aziende in grado di sviluppare biosimilari.

Tra le aziende che stanno cercando di entrare in questo settore vi è anche Pfizer, impegnata nello sviluppo di tre cosiddetti bio-better, cioè biosimilari con qualche caratteristica migliorativa rispetto al farmaco biologico di partenza. Due sono versioni migliorative di rituximab e il terzo è uno sviluppo di etanercept, farmaco che Pfizer ha ricevuto in dote da Wyeth e che viene commercializzato in tutto il mondo con il marchio Enbrel.

Riprodurre questi farmaci di così grande successo non è però uno scherzo. Ne sa qualche cosa Merck che recentemente ha comunicato di aver interrotto lo sviluppo del biosimilare di darbopoietina alfa.