Uno studio da poco presentato al congresso Transcatheter Cardiovascular Therapeutics, a Miami, mostra che la via di somministrazione dell’antiaggregante abciximab - la tradizionale endovenosa o quella intracoronarica - non fa alcuna differenza ai fini del danno causato da un attacco cardiaco. Il lavoro in questione è un sottostudio del trial AIDA STEMI, il più ampio mai condotto utilizzando la risonanza magnetica cardiaca.

La dimensione dell'infarto, infatti, è risultata del 17% nel gruppo che ha ricevuto abciximab per via endovenosa e del 16% in quello a cui il farmaco è stato somministrato per via intracoronarica (P = 0,52).

L’analisi è stata presentata da Jochen Wöhrle, professore di medicina dell’Università di Ulm, in Germania, il quale ha spiegato che nei pazienti con un infarto miocardico STEMI, la somministrazione di abciximab per via intracoronarica non ha comportato alcuna differenza rispetto a quella endovena in termini di danno miocardico e/o da riperfusione.

Wöhrle e il suo gruppo hanno cercato di capire se ciò che si era visto nello studio AIDA STEMI, cioè che i pazienti con scompenso cardiaco avevano outcome migliori se abciximab era somministrato per via intracoronarica, era un dato reale o il frutto di un’analisi casuale dei dati.
Per farlo, hanno eseguito un sottostudio di imaging cardiaco con la risonanza magnetica che ha coinvolto 703 pazienti dello studio originale AIDA STEMI. Il ricorso alll’imaging ha permesso di studiare con maggiore sensibilità degli effetti della terapia antiaggregante sul danno miocardico e quello da riperfusione.

Entro quattro giorni dall’infarto, i pazienti sono stati sottoposti a risonanza magnetica cardiaca per valutare le dimensioni dell'infarto, il salvataggio miocardico, l’ostruzione microvascolare e la funzione ventricolare al fine di determinare i potenziali benefici della somministrazione intracoronarica di abciximab rispetto a quella endovenosa.

Wöhrle ha riferito che non si sono viste differenze significative tra le due vie di somministrazione del farmaco per nessuno degli aspetti studiati. "I risultati di questo sottostudio confermano, quindi, l’assenza di differenze tra le due strategie per quanto riguarda l’endpoint combinato di morte, nuovo infarto o scompenso cardiaco dello studio AIDA STEMI" ha affermato l’autore in una conferenza stampa.

Alice Jacobs, a capo dell’emodinamica del Boston Medical Center e docente della Boston University, si è detta d'accordo con la valutazione di Wöhrle. "L'idea era che la somministrazione intracoronarica avrebbe permesso una veicolazione più veloce e quindi una prevenzione del danno” ha spiegato l’esperta. "Lo studio AIDA STEMI ha suggerito un accenno di miglioramento in caso di scompenso cardiaco che ha portato a cercare una verifica in questo sottostudio. In realtà non si è trovata alcuna differenza tra i due approcci, il che è un bene, altrimenti i risultati iniziali non avrebbero avuto alcun senso".

“La maggior parte dei medici somministra il farmaco per via endovenosa, ma lo studio ha mostrato che la somministrazione per via coronarica non implica alcun danno” ha aggiunto la Jacobs, la quale ha anche sottolineato che quest’ultima, effettuata nella sala di emodinamica, non è più difficoltosa rispetto all’infusione di un bolo.

H. Thiele, et al. Intracoronary compared with intravenous bolus abciximab application during primary percutaneous coronary intervention: Cardiac magnetic resonance substudy of the AIDA STEMI trial. TCT 2012.