Ai fini dell’anticoagulazione periprocedurale nei pazienti avviati a isolamento delle vene polmonari mediante ablazione transcatetere a radiofrequenza per fibrillazione atriale, non esistono evidenze che indichino un rischio aumentato di complicanze tromboemboliche o emorragiche dovute all’uso di dabigatran rispetto alla terapia ininterrotta con warfarin. Lo dimostra uno studio apparso su Circulation: Arrhytmia and Electrophysiology.

Il team di ricercatori, coordinato da Mohamed Bassiouny della Cleveland Clinic Foundation (Ohio), raccomanda che il nuovo anticoagulante orale, di cui si continuano a perfezionare le strategie d’uso periprocedurali e che normalmente richiede due somministrazioni al giorno, debba essere assunto una sola volta prima dell’intervento e sostiene che «il trattamento può essere ripreso dopo l’estrazione della guaina del catetere o dopo che il paziente è tornato alle cure infermieristiche».

«L’ipotesi che volevamo dimostrare» ribadisce Bassiouny «era che dabigatran potesse essere usato in sicurezza come metodo alternativo alla somministrazione continua di warfarin durante l’anticoagulazione periprocedurale nell’imminenza dell’ablazione transcatetere di fibrillazione atriale».

Questo dunque il metodo messo a punto dopo l’effettuazione di un trial che ha coinvolto 999 pazienti consecutivi avviati ad ablazione transcatetere di fibrillazione atriale. Di questi, 376 sono stati posti in trattamento con dabigatran (150 mg), mentre i rimanenti 623 sono stati tenuti sotto warfarin a INR terapeutico.

Dabigatran è stato sospeso 1 o 2 dosi prima della procedura per poi essere ripreso al termine di quest’ultima, non appena i pazienti erano stati trasferiti al piano di degenza. È stato quindi applicato un abbinamento in base ai punteggi di propensione per generare una coorte di 344 pazienti in ogni gruppo con dati bilanciati rispetto al basale.

Le complicanze emorragiche e tromboemboliche totali sono risultate simili in entrambi i gruppi, sia prima (3,2% vs 3,9%; p = 0,59) che dopo (3,25 vs 4,1%; p = 0,53) l’abbinamento. Fenomeni emorragici maggiori sono occorsi nel gruppo dabigatran, rispetto a quello warfarin, nell’1,1% vs 1,6% (p = 0,48) dei casi prima del matching, e nell’1,2% vs 1,5% (p = 0, 74) dei casi dopo l’abbinamento. Si è anche registrato un solo evento tromboembolico in ognuno dei due gruppi.

Nonostante le dosi più elevate di eparina impiegate nel corso della procedura, il tempo di coagulazione attivata (ACT) è apparso significativamente inferiore nei soggetti che assumevano 1 o 2 dosi di dabigatran rispetto a quelli in terapia ininterrotta con warfarin.

Da sottolineare come questi risultati non siano isolati; un altro studio, effettuato di recente all’Università del Michigan (Ann Arbor) dal gruppo di Jin-Seok Kim ha ottenuto risultati simili, evidenziando come la sospensione di dabigatran 24 ore prima della procedura di ablazione e la sua ripresa 4 ore dopo il termine della stessa sia un metodo altrettanto sicuro della terapia ininterrotta con warfarin.

Bassiouny M, et al. Use of Dabigatran for Peri-Procedural Anticoagulation in Patients Undergoing Catheter Ablation for Atrial Fibrillation. Circ Arrhythm Electrophysiol, 2013 Apr 3. [Epub ahead of print]
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Kim JS, et al. Dabigatran vs warfarin for radiofrequency catheter ablation of atrial fibrillation. Heart Rythm, 2013;10(4):483-9
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Arturo Zenorini