Nuovi studi mostrano che la terapia anticoagulante potrebbe risolvere il problema della trombosi della valvola aortica dopo l’intervento di sostituzione della valvola aortica per via transcatetere (TAVI).


Oggi, i pazienti con stenosi aortica possono essere trattati con la TAVI, un intervento che si può effettuare in anestesia locale, introducendo la valvola montata su un catetere attraverso l’arteria femorale, oppure in anestesia generale con una piccola incisione tra le coste, entrando nel cuore con il catetere da un piccolo foro eseguito alla punta del ventricolo sinistro o dall’aorta.


Attualmente, il trattamento antitrombotico più comunemente utilizzato per evitare la trombosi della valvola dopo TAVI è costituito da aspirina più clopidogrel per 3-6 mesi, ma questo regime antiaggregante non è basato sulle evidenze. Alcuni studi hanno dimostrato che il problema della trombosi della valvola aortica può essere risolto utilizzando warfarin o altri antagonisti della vitamina K.


Il mese scorso, un gruppo di ricercatori guidati dal Dr. Azeem Latib del Centro Cuore Columbus di Milano aveva pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology tre casi in cui pazienti sottoposti a TAVI erano stati trattati con un antagonista della vitamina K aggiunto alla singola o alla duplice terapia antiaggregante per risolvere la trombosi della valvola. In questi pazienti il trattamento aveva ridotto la dispnea e i gradienti pressori dopo due mesi.


Questo mese, un gruppo di ricercatori della Clinica Montevergine di Mercogliano, guidati dalla Dr.ssa Linda Cota hanno pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology altri tre casi in cui era stato aggiunto un antagonista della vitamina K alla terapia antiaggregante per risolvere la trombosi della valvola aortica dopo TAVI.


In questa nuova pubblicazione, i tre pazienti erano stati sottoposti a TAVI con impianto di una valvola Sapien XT che ha le stesse caratteristiche e la stessa trombogenicità di una bioprotesi aortica convenzionale. Per questo motivo, spiegano gli autori, dopo la TAVI è pratica comune somministrare una terapia antiaggregante, piuttosto che una anticoagulante.


In tutti e tre questi casi e anche nei tre pazienti trattati a Milano, per risolvere la trombosi è stata somministrata una terapia anticoagulante con un antagonista della vitamina K e nessun paziente ha necessitato di un intervento a cuore aperto.


Il primo paziente trattato con questa strategia era una donna di 80 anni in terapia con aspirina, diventata sintomatica 10 mesi dopo la TAVI. La donna presentava dispnea e aveva un gradiente pressorio medio di 54 mmHg (rispetto a 10 mmHg misurati alla dimissione e 12 mmHg dopo 1 mese).


I ricercatori avevano sospettato la presenza di una trombosi della valvola aortica dopo i risultati dell’ecocardiogramma transesofageo (TEE). Dopo tre mesi di terapia on anticoagulanti il gradiente pressorio della paziente era sceso a 13 mmHg, il TEE era nella norma e la donna era tornata asintomatica.


Il secondo paziente trattato era un uomo di 81 anni in terapia con aspirina diventato sintomatico a 4 mesi dalla TAVI. Il gradiente pressorio era di 51 mmHg, ma due mesi dopo la terapia anticoagulante il valore è sceso a 9 mmHg e il TEE ha mostrato il ripristino della funzione della bioprotesi.


Il terzo caso era una donna di 74 anni in terapia con la duplice terapia antiaggregante dopo TAVI. La donna è diventata sintomatica a due mesi dall’intervento. Anche in questa paziente, due mesi di terapia anticoagulante hanno ridotto il gradiente pressorio a 9 mmHg e la donna è ritornata asintomatica.


Questi risultati possono suggerire la conduzione di trial clinici disegnati per valutare l’efficacia della terapia anticoagulante e antiaggregante nel risolvere la trombosi aortica dopo TAVI e identificare una terapia adeguata a questo scopo.


Linda Cota et al., Bioprostheses “Thrombosis” After Transcatheter Aortic Valve Replacement FREE ONLINE FIRST, J Am Coll Cardiol. 2013;():. doi:10.1016/j.jacc.2012.11.042 
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