Attività fisica protegge dagli eventi cardiovascolari, maggiori benefici in soggetti a rischio e sedentari

Nei pazienti con malattia coronarica stabile, una maggiore attività fisica è stata associata a una minore mortalità. Sono le conclusioni di un nuovo studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, in cui gli autori hanno anche fatto sapere che i maggiori vantaggi si sono verificati nei pazienti sedentari e in quelli con il rischio di mortalità più elevato.

Nei pazienti con malattia coronarica stabile, una maggiore attività fisica è stata associata a una minore mortalità. Sono le conclusioni di un nuovo studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, in cui gli autori hanno anche fatto sapere che i maggiori vantaggi si sono verificati nei pazienti sedentari e in quelli con il rischio di mortalità più elevato.

I dati nel nuovo studio provengono da una sottoanalisi dello studio STABILITY (Stabilization of Atherosclerotic Plaque by Initiation of Darapladib Therapy) pubblicato nel 2014 e finalizzato alla valutazione di un farmaco ipolipemizzante, il darapladib, il cui sviluppo fu poi interrotto. La sottoanalisi di STABILITY è stata pubblicata sul numero del 3 ottobre del Journal of the American College of Cardiology che ha esaminato i dati provenienti da oltre 15mila pazienti con malattia coronarica stabile arruolati in 39 Paesi.

Questi nuovi risultati suggeriscono dei messaggi principali, ha affermato Ralph A. H. Stewart, della University of Auckland, New Zealand "In primo luogo, abbiamo osservato che la mortalità più bassa era ottenuta nelle persone che svolgevano più alti livelli di attività fisica, ma hanno anche mostrato che la diminuzione della mortalità prevista dall'aumento dell'attività fisica è molto più grande per le persone sedentarie”.

Inoltre Stewart ha aggiunto “Raddoppiare la quantità di attività fisica porta a una maggiore riduzione della mortalità", e la quantità di esercizio necessaria per raddoppiare l'attività fisica abituale è piccola quando un soggetto è sedentario.

“Non compiere esercizio fisico o farne poco è particolarmente pericoloso per la salute e il rischio di mortalità diminuisce in modo significativo con aumenti relativamente modesti dell'attività fisica, anche al di sotto di quelli raccomandati nelle linee guida", ha sottolineato Stewart.

Come è stato condotto lo studio
Un totale di 15.486 pazienti con coronaropatia stabile con un’età media di 65 anni, di cui il 19% erano donne, ha completato il questionario sulle ore trascorse ogni settimana a fare attività fisica di grado lieve, moderato o intenso.

Durante un follow-up mediano di 3,7 anni sono state valutate le associazioni tra il volume di esercizio abituale, in equivalenti metabolici, e i risultati avversi. Nell’attività fisica lieve era incluso il camminare, lo yoga, il Tai Chi e i lavori di casa lievi; nell’attività moderata lieve era incluso il camminare velocemente, lo jogging, l’aerobica, il giardinaggio, il nuoto e le pulizie di casa; nell’esercizio fisico intenso era inclusa la corsa, il sollevamento di oggetti pesanti, gli sport pesanti e il lavoro faticoso.

I ricercatori hanno convertito le informazioni raccolte circa l’attività fisica effettuata in ore/settimana di equivalenti metabolici [MET] mediante l' assegnazione di 2 MET per l’esercizio di grado lieve, 4 MET per quello moderato e 8 MET per l'esercizio fisico energico.

I pazienti sono stati poi raggruppati in tre terzili di attività fisica media (meno attivi, 14 MET ore/settimana, attività intermedia, 40 MET ore/settimana e più attivi 90 MET ore/settimana), e sono stati raggruppati in categorie che rappresentano approssimativamente il raddoppio del volume di esercizio fisico.

Il termine MET deriva da "Metabolic EquivalenT". Esso è un multiplo del consumo energetico in condizioni basali, cioè il valore di un MET corrisponde al metabolismo energetico in condizioni di riposo. Si assume che un MET equivalga ad un consumo di ossigeno di 3,5 ml per kg di peso corporeo per minuto [1 MET = 3,5 ml/(kg x min)].

Maggiore attività fisica fa bene ma ne basta anche poca nei soggetti più a rischio e nei sedentari
Dai risultati è emerso che si otteneva una diminuzione graduale della mortalità con un maggiore esercizio abituale. Il doppio del volume dell’esercizio è stato associato a una minore mortalità per tutte le cause (Hr: 0,82; 95% Ic: 0,79-0,85; Hr aggiustato per covariate: 0,90; 95% Ic: 0,87-0,93). Queste associazioni erano simili per la mortalità cardiovascolare (Hr: 0,83, 95% Ic: 0,80-0,87, Hr aggiustato: 0,92; 95% Ic: 0,88- 0,96), mentre l'infarto miocardico e l'ictus non erano associati al volume di esercizio svolto. L'associazione tra diminuzione della mortalità e maggiore attività fisica è stata più forte nel sottogruppo di pazienti ad alto rischio stimato dallo score ABC (Age, Biomarkers, Clinical) nella coronaropatia (per interazione p = 0,0007).

“Nei pazienti con coronaropatia stabile, più attività fisica riduce il rischio di morte; tuttavia, anche l'esercizio minimo è stato associato ad una riduzione del rischio di mortalità del 33% rispetto all'essere sedentari” hanno concluso gli autori.

I possibili meccanismi dell'attività fisica che determinano questi benefici non sono stati studiati in questo trial, ma "è molto probabile che l'esercizio abbia effetti favorevoli multipli sulla salute".

Il rischio ridotto di morte durante il follow-up, che è stato associato ad un aumento dell'esercizio, è stato più grande nei pazienti sedentari o con dispnea, disfunzione renale significativa, diabete o un maggiore score di rischio ABC-CHD, dimostrando che "i pazienti ad alto rischio, che sono spesso più cauti nel sottoporsi ad attività fisica, hanno avuto i maggiori benefici associati ad un maggior esercizio".

In un editoriale di accompagnamento Thijs M. H. Eijsvogels e Martijn FH Maessen sostengono che i nuovi approfondimenti emersi da questo studio sui regimi di esercizio debbano essere ulteriormente confermati. Per la prevenzione secondaria e i pazienti e i medici devono ricordare che “un po’ è buono, più è meglio ma vigoroso è migliore” e che “ogni minuto di esercizio è utile per la tua salute".

Cosa raccomandano le linee guida
Per la prevenzione delle malattie cardiovascolari, le linee guida per la pratica clinica raccomandano di effettuare ogni settimana 150 minuti di attività fisica di intensità moderata oppure da 60 a 75 minuti di esercizio fisico intensivo Per la prevenzione secondaria della coronaropatia stabile le linee guida raccomandato livelli simili di esercizio fisico regolare o sostenuto.
“Queste raccomandazioni si basano in parte su studi che indicano che il fitness cardiorespiratorio predice la mortalità e l’esercizio regolare, moderato o vigoroso migliora la forma fisica, più di quello compiuto con lieve intensità” hanno commentato gli autori dello studio.

La maggior parte delle informazioni sul rapporto tra attività fisica e mortalità deriva da studi di popolazione; questi suggeriscono l’esistenza di un'associazione tra mortalità e combinazione dell'intensità e della durata dell'esercizio fisico; “anche l’esercizio di bassa intensità, il minor tempo trascorso da sedentario e il maggior tempo trascorso in piedi, sono stati associati anche ad una minore mortalità nella popolazione generale” hanno aggiunto.

“Nel tempo sono stati condotti studi che hanno valutato i vantaggi dell’attività fisica sui rischi cardiovascolari e sulla coronaropatia ma si trattava di studi molto piccoli” hanno tenuto a precisare gli autori, aggiungendo che hanno condotto lo studio analizzando i rapporti tra la quantità di attività fisica lieve, moderata e intensa, mediante un questionario, e la successiva mortalità per tutte le cause, mortalità cardiovascolare e non, infarto miocardico e ictus in una grande coorte di pazienti con coronaropatia stabile, partecipanti al trial STABILITY”.

Stewart R. A. H. et al. Physical Activity and Mortality in Patients With Stable Coronary Heart Disease. J Am Coll Cardiol. 2017 Oct 3;70(14):1689-1700. doi: 10.1016/j.jacc.2017.08.017.
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