Uno studio, condotto alla Johns Hopkins University di Baltimora e anticipato online, ma di cui è già prevista la pubblicazione nel prossimo mese di luglio su Atherosclerosis, ha dimostrato un’associazione tra bassi livelli ematici di 25-idrossivitamona D [25(OH)D] e malattia coronarica incidente in soggetti caucasici. Non è stata invece riscontrata alcuna interazione tra la 25(OH)D e i genotipi-chiave della DBP (vitamin D binding protein).

«In studi osservazionali, bassi livelli di 25(OH)D sono risultati associata a un aumentato rischio di eventi coronarici, e si è visto che questa associazione può variare in base all’etnia» affermano gli autori dello studio, sotto la supervisione di Erin D. Michos, della Divisione di Cardiologia della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora (USA). «La biodisponibilità di vitamina D potrebbe essere alla base di differenze etniche nell’associazione tra 25(OH)D totale e outcome cardiovascolari»

«I soggetti con pigmentazione più scura della pelle hanno maggiori probabilità di avere più bassi livelli sierici di 25(OH)D» proseguono. «In media, i neri hanno livelli inferiori di 25(OH)D totale rispetto ai bianchi. Eppure, un recente studio ha dimostrato che in entrambe le popolazioni si hanno concentrazioni simili di vitamina D biodisponibile in quanto i neri hanno livelli inferiori sia di 25(OH)D totale sia di DBP rispetto ai bianchi. Approssimativamente l’85%-90% della 25(OH)D circola strettamente legata alla DBP che può ridurre le possibilità della vitamina D di agire sulle cellule target».

In particolare, «le differenze etniche nella frequenza di polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) della DBP potrebbero spiegare l’analoga biodisponibilità di vitamina D nei neri rispetto ai bianchi nonostante valori medi inferiori di 25(OH)D» spiegano. «Abbiamo pertanto ipotizzato che minori concentrazioni di 25(OH)D potessero essere associate a un maggiore rischio di eventi coronarici e che tali associazioni potessero essere influenzate dall’etnia (più evidenti nei bianchi rispetto ai neri) e nelle persone con genotipi associati a livelli più elevati di DBP».

Questa la particolare metodologia impiegata nello studio. «Abbiamo misurato i livelli di 25(OH)D mediante spettroscopia di massa in 11.945 partecipanti allo studio ARIC (baseline: 1990-1992; età media: 57 anni; 59% donne; 24% neri). Sono stati quindi genotipizzati due SNP (rs7041 e rs4588) della DBP». I due SNP analizzati si ritiene possano spiegare circa l’80% della variabilità dei livelli sierici di DBP. «Abbiamo utilizzato modelli aggiustati di rischio proporzionale di Cox per valutare l'associazione tra 25(OH)D e eventi coronarici, esaminati fino al dicembre del 2011».

I risultati. Su una media di 20 anni, sono occorsi 1.230 nuovi eventi coronarici. I soggetti di etnia bianca compresi nel quintile più basso di 25(OH)D (
«Nel campione comunitario di mezza età che abbiamo analizzato, bassi livelli di 25(OH)D sono risultati associati a maggiore rischio di eventi coronarici incidenti nei bianchi ma non nei neri, come ipotizzato» commentano Michos e colleghi. L’associazione nei bianchi si è mantenuta dopo aggiustamento per fattori comportamentali e stili di vita ma non dopo aver considerato potenziali mediatori (quali ipertensione, diabete, funzione renale, profilo lipidico, stato infiammatorio: tutti potenziali fattori confondenti). «Contrariamente alla nostra ipotesi, invece, i genotipi della DBP non modificano l’associazione tra bassi livelli di 25(OH)D ed eventi CV incidenti» aggiungono.

Per gli autori, l’aspetto più importante che emerge dallo studio è il quesito al quale dovranno rispondere nuove ricerche. «Occorrono trial clinici randomizzati per stabilire se il trattamento di bassi livelli di vitamina D riduca il rischio di eventi coronarici in entrambe le etnie».

Arturo Zenorini
Michos ED, Misialek JR, Selvin E, et al. 25-hydroxyvitamin D levels, vitamin D binding protein gene polymorphisms and incident coronary heart disease among whites and blacks: The ARIC study. Atherosclerosis, 2015;241(1):12-17.
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