Bpco, possibile aumento del rischio cardiovascolari con due classi di broncodilatatori

Cardio
Due classi di broncodilatatori ampiamente usati per il trattamento della broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) – i beta-agonisti a lunga durata d’azione (LABA) e gli anticolinergici a lunga durata d’azione per via inalatoria – sono associati a un aumento del rischio di eventi cardiovascolari. È questa la conclusione di un nuovo studio di autori canadesi appena pubblicato online su JAMA Internal Medicine.

Il lavoro, un’analisi caso-controllo di uno studio retrospettivo di coorte, evidenzia che l’assunzione iniziata di recente dei due farmaci è associata a un aumento del 31% del rischio di un evento cardiovascolare rispetto alla non assunzione di questi agenti.

Per arrivare a tale conclusione, Andrea Gershon (dell’Institute for Clinical Sciences di Toronto) e gli altri autori hanno esaminato i database sanitari della provincia canadese dell’Ontario, identificando oltre 191.000 pazienti al di sopra dei 66 anni trattati per la BPCO nell’arco di un periodo di 5 anni. Di questi, 53.532, pari al 28%, sono stati ospedalizzati o ricoverati in un reparto di medicina d’urgenza per una SCA, insufficienza cardiaca, ictus ischemico o aritmia cardiaca. Per l'analisi, tutti i pazienti con Bpco sono stati abbinati con pazienti non affetti dalla malattia.

Con entrambe le classi di broncodilatatori, il rischio di eventi è sembrato essere più alto nelle prime 2-3 settimane dall'inizio della terapia e non si sono evidenziate differenze tra i diversi farmaci.

Quando i singoli endpoint cardiovascolari sono stati esaminati separatamente, gli autori hanno trovato che l’uso dei broncodilatatori sembra essere aumentare il rischio di SCA e insufficienza cardiaca, ma non di aritmie o ictus e hanno trovato addirittura un effetto protettivo nei confronti dell’ictus ischemico per i nuovi anticolinergici a lunga durata azione, ma non per i LABA di recente prescrizione.

Un legame tra broncodilatatori a lunga durata d'azione ed eventi cardiovascolari era stato osservato anche nello studio controllato e randomizzato POET-COPD e in uno studio precedente, più piccolo, dello stesso gruppo autore dell’analisi uscita ora su Jama.

Tuttavia, sottolinea nel suo editoriale di commento Prescott G Woodruff (dell’Università della California di San Francisco), altri studi e altre analisi hanno dato risultati rassicuranti su questo tema. Inoltre, osserva l’esperto, questi farmaci sono considerati caposaldi della gestione della Bpco, perché migliorano la funzionalità polmonare, riducono la dispnea e le riacutizzazioni e migliorano la qualità della vita. Senza contare che nessun altro approccio farmacologico si è dimostrato finora in grado di rallentare la progressione di una malattia che è la terza causa più comune di decesso in molti Paesi del mondo.

Come regolarsi, dunque? La risposta, secondo Gershon e i suoi colleghi, sta nel tenere sotto stretto controllo i pazienti in terapia con questi agenti. "Questi risultati confermano la necessità di un attento monitoraggio di tutti i pazienti con BPCO che necessitano di broncodilatatori a lunga durata d'azione, a prescindere dalla classe utilizzata” concludono gli autori canadesi.

Tale conclusione, tuttavia, non è del tutto condivisa da Woodruff , il quale fa notare che senza una ferma e precisa raccomandazione su come debba essere effettuato questo controllo, il monitoraggio rimane, come è sempre stato, sotto l’unica responsabilità del medico curante. "Il contributo principale di questo articolo è quello di evidenziare tale responsabilità" conclude l’editorialista.

Attualmente è in corso uno studio di safety, chiamato TIOSPIR, che potrebbe luce sui rischi relativi dei diversi agenti, non individuati nello studio di Gershon e del suo gruppo.

A. Gershon, R. Croxford, A. Calzavara, et al. Cardiovascular safety of inhaled long-acting bronchodilators in individuals with chronic obstructive pulmonary disease. JAMA Intern Med 2013; doi:10.1001/jamainternmed.2013.1016.
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