Secondo una ricerca appena pubblicata online sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, è stata trovata una chiara associazione tra disfunzioni della tiroide e aumentato rischio di mortalità nei pazienti con cardiomiopatia dilatativa idiopatica (IDCM) con scompenso cardiaco (HF).

Questa evidenza induce a ritenere necessario il monitoraggio della funzione tiroidea nei pazienti con HF e che occorrano ulteriori studi sul trattamento di questi soggetti in presenza di una disfunzione tiroidea.

«Alterazioni del metabolismo degli ormoni tiroidei sono frequenti nei pazienti con malattie cardiovascolari (CV) e studi sia clinici sia sperimentali hanno suggerito un potenziale impatto negativo della disfunzione tiroidea sulla prognosi di questi pazienti» affermano gli autori, coordinati da Wenyao Wang, del Centro Nazionale per le Malattie Cardiovascolari di Pechino (Cina). «In studi di coorte di popolazione, il rischio di eventi di HF è risultato aumentare in presenza di anomalie dei livelli di TSH».

«I precedenti studi che hanno affermato una correlazione tra disfunzione tiroidea e prognosi infausta nell’HF hanno avuto il notevole limite di includere pazienti con differenti eziologie. Pertanto non è chiaro se la disfunzione tiroidea è associata direttamente con la progressione dell’HF o se aggravi la condizione attraverso altri meccanismi fisiopatologici sottostanti» proseguono i ricercatori. «Inoltre, molti sforzi per identificare l'impatto della funzione tiroidea si sono concentrati sui cambiamenti di un singolo ormone invece che sullo stato tiroideo complessivo, valutato dal profilo completo della funzione della tiroide».

Lo studio: l’ipotesi da verificare, il metodo utilizzato e i risultati ottenuti
Con le informazioni complete del profilo di funzione tiroidea di una popolazione ben caratterizzata, composta da 458 pazienti consecutivi con HF causata da IDCM, Wang e collaboratori hanno testato l'ipotesi che lo stato della tiroide potesse influenzare in modo indipendente la mortalità dei pazienti con HF e valutato l'impatto di diversi tipi di disfunzione tiroidea nella prognosi dell’HF.

La coorte iniziale consisteva di 572 pazienti consecutivi con IDCM, dei quali 458 erano ancora presenti nello studio al termine del follow-up. Tutti i pazienti hanno effettuato i test di funzionalità tiroidea e le altre indagini standard in ospedale. Il rischio di mortalità è stato valutato sulla base di 3 criteri: i dosaggi di fT3, quelli di TSH e l'intero profilo della funzione tiroidea.

La disfunzione tiroidea più frequente è risultata l’ipotiroidismo subclinico (livelli aumentati di TSH ma normali di fT3 e fT4; n = 41), seguita da ipertiroidismo subclinico (valori ridotti di TSH ma normali di fT3 e fT4; n = 35), sindrome da bassa T3 (livelli ridotti di fT3 e normali di TSH e fT4; n = 17) e ipotiroidismo (livelli aumentati di TSH e ridotti di fT3 e/o fT4; n = 12).

L’analisi logistica ha individuato in log-TSH e fT3 due predittori indipendenti di funzione cardiaca aggravata (NYHA III-IV vs NYHA I-II). Durante il follow-up (17 +/- 8 mesi), sono occorsi 111 decessi cumulativi. L'ipotiroidismo è stato il più forte predittore di mortalità (hazard ratio [HR]: 4,189; 95%CI: 2,118-8,283), seguito da sindrome da bassa T3 (HR: 3,147; 95%CI: 1,558-6,355) e ipotiroidismo subclinico (HR: 2,869; 95%CI: 1,817-4,532). L’ipertiroidismo subclinico non ha determinato alcun impatto significativo.

Al basale un dato inatteso: più pazienti con AF tra gli ipotiroidei che tra gli ipertiroidei
In questo studio, dunque, il livello dell’omone tiroideo (TH) risulta correlato con la funzione cardiaca e la disfunzione tiroidea ha dimostrato di essere un fattore predittivo per prognosi negativa. Emergono diversi altri risultati interessanti dai dati relativi alle condizioni basali dei pazienti. «Il primo è che la prevalenza dei fumatori è apparsa inferiore in modo significativo nel gruppo ipotiroideo. Ciò suggerisce che il fumo possa avere effetti reversibili sulla funzione tiroidea» sottolineano gli autori.

«Abbiamo anche scoperto che l'anemia e la disfunzione renale erano molto più frequenti nei gruppi ipotiroidei» continuano. «In un nostro precedente lavoro, avevamo concluso che la disfunzione renale era un forte fattore predittivo indipendente di aumentato rischio di anemia nell’HF, per cui non è difficile comprendere l’elevata prevalenza simultanea delle due patologie».

«La scoperta più sorprendente e inattesa al basale è però stata che la prevalenza della fibrillazione atriale (AF) è risultata più bassa tra i pazienti con ipertiroidismo subclinico» asseriscono Wang e collaboratori. «Un elevato utilizzo di beta-bloccanti [come quello che caratterizzava la popolazione in studio] può attenuare i potenziali effetti fisiopatologici dell’ipertiroidismo subclinico, quali aumento della frequenza cardiaca e sovrastimolazione adrenergica, riducendo così la prevalenza dell’AF indotta dall’ipertiroidismo subclinico».

«Inoltre» aggiungono «è stato rivelato recentemente che sia l’ipotiroidismo sia l’ipertiroidismo possono aumentare l’inducibilità dell’AF. Questi risultati sono differenti dalla visione generale secondo cui solo l’ipertiroidismo è associato con l’AF e possono spiegare la prevalenza relativamente alta di AF nel gruppo ipotiroideo. Dato che i meccanismi di induzione dello stato ipertiroideo e di quello ipotiroideo sono totalmente diversi, un elevato utilizzo di beta-bloccanti non appare protettivo rispetto all’AF indotta da ipotiroidismo».

L’influsso dell’ipotiroidismo su struttura e funzioni cardiache e sulla prognosi
Come accennato, «la sindrome da bassa T3 e l’ipotiroidismo manifesto, entrambi con bassi livelli sierici di TH, sono risultati associati a prognosi negativa. La T3 biologicamente attiva» spiegano gli autori «influenza diversi importanti geni che codificano per proteine strutturali e funzionali del miocardio e svolge anche vaste azioni non genomiche su pompe ioniche ed enzimi».

Da sottolineare come questo studio abbia dimostrato che l’ipotiroidismo subclinico costituisce un predittore indipendente di mortalità. «Nel 2005, per primi avevamo segnalato che una bassa funzionalità tiroidea potesse portare ad atrofia cardiaca con dilatazione della camera cardiaca, compromissione del flusso sanguigno miocardico, perdita delle arteriole e grave disfunzione sistolica» in un quadro simile alle alterazioni patologiche dell’IDCM, evidenziano Wang e colleghi. «Sebbene questa relazione causale il più delle volte non si possa applicare in ambito clinico - perché di solito l’ipotiroidismo non è riconosciuto se non dopo l’instaurazione dell’HF – i dati suggeriscono che l'ipotiroidismo svolga un ruolo importante nella progressione dell’IDCM».

Arturo Zenorini

Wang W, Guan H, Martin Gerdes A, et al. Thyroid Status, Cardiac Function and Mortality in Patients with Idiopathic Dilated Cardiomyopathy. J Clin Endocrinol Metab, 2015 Jun 8. [Epub ahead of print]
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