IL RISCHIO CARDIOVASCOLARE IN PREVENZIONE SECONDARIA: STRATEGIE PER AMPLIARE LE OPZIONI TERAPEUTICHE DEL PAZIENTE

Il principale problema del trattamento dei fattori di rischio cardiovascolare è il mancato trattamento, soprattutto nei pazienti ad alto rischio e soprattutto in quelli che hanno già subito una precedente problematica ischemica, un ictus, un infarto o che sono affetti da malattia ostruttiva degli arti inferiori.

IL RISCHIO CARDIOVASCOLARE IN PREVENZIONE SECONDARIA: STRATEGIE PER AMPLIARE LE OPZIONI TERAPEUTICHE DEL PAZIENTE

Professor Pasquale Perrone Filardi, Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, Università “Federico II” di Napoli

Il principale problema del trattamento dei fattori di rischio cardiovascolare è il mancato trattamento, soprattutto nei pazienti ad alto rischio e soprattutto in quelli che hanno già subito una precedente problematica ischemica, un ictus, un infarto o che sono affetti da malattia ostruttiva degli arti inferiori.
Si tratta di un fenomeno che coinvolge una quota molto importante di pazienti che, secondo i dati ufficiali italiani, arriva anche al 50%. Ciò significa che la metà dei pazienti che meriterebbero una terapia aggressiva del rischio cardiovascolare purtroppo non ricevono un adeguato trattamento di prevenzione secondaria.

In questo ambito ricorre anche il problema delle dislipidemie, quindi dell’ipercolesterolemia, il fattore causale e di rischio principale delle malattie cardiovascolari.
A fronte del fatto che tutte le evidenze scientifiche oggi evidenziano che il valore ideale di colesterolo, soprattutto nei soggetti a rischio elevato, dovrebbe essere addirittura molto inferiore rispetto a quello attualmente raccomandato, rileviamo che il 50% dei pazienti che ha avuto un evento cardiovascolare non assume farmaci per il controllo della dislipidemia, con una discrepanza tra quello che la scienza ci dice e quello che la pratica clinica registra.

Per incidere positivamente sull’attuale scenario, è necessario certamente un’opera di sensibilizzazione, di awareness del problema dislipidemia nella comunità medica e possibilmente anche fra i pazienti che hanno già subito un evento cardiovascolare, cercando di renderli partecipi della loro terapia, di renderli edotti dei vantaggi in termini di qualità e di quantità di vita che possono ricavare da una aggressione più intensa dei fattori di rischio cardiovascolare.

A fronte di questa situazione noi abbiamo oggi delle formidabili opportunità terapeutiche, rappresentate da nuove classi di farmaci, tra cui appunto gli inibitori del PCSK9. Si tratta di farmaci innovativi dal punto di vista della farmacologia cardiovascolare che hanno dimostrato di fornire risultati importanti, sia per quanto riguarda la capacità che hanno di ridurre i livelli di colesterolo (anche oltre il 50%), sia per il loro eccellente profilo di tollerabilità e sicurezza finora dimostrati. Non ultimo, negli studi clinici con cui oggi noi valutiamo l’efficacia di un trattamento, questi farmaci hanno dimostrato la possibilità di ridurre gli eventi cardiovascolari importanti come l’ictus e l’infarto. In particolare è stato possibile dimostrare una riduzione dell’infarto e dell’ictus superiore al 20%, oltre a una riduzione anche delle necessità di sottoporre i pazienti a interventi di rivascolarizzazione coronarica.

Tuttavia, pur essendo il nostro un Paese abbastanza virtuoso per quanto riguarda la possibilità di offrire questo tipo di trattamento in maniera pubblica a tutti i pazienti che ne hanno realmente bisogno, e nonostante vi sia una disponibilità anche economica per soddisfare la prescrizione di questi farmaci, purtroppo l’implementazione di questa nuova terapia non è immediata.

Probabilmente ciò dipende da una serie di limiti che possono essere in parte ricondotti all’iter burocratico legato ai piani di rimborsabilità, ma che possono essere legati anche a una mancata consapevolezza, forse anche da parte degli stessi medici, dei benefici di questa strategia terapeutica e quindi in una mancanza di proattività per far accedere a questo trattamento i pazienti che ne se ne possono giovare.

Un tentativo per migliorare questa situazione può venire dalla creazione di una connettività fra i centri prescrittori abilitati a valutare i criteri di rimborsabilità e a formulare i piani terapeutici nel singolo paziente, che sono allocati presso le strutture ospedaliere di alto profilo, e i colleghi che operano sul territorio e che vedono questi pazienti in modo da poter creare dei percorsi diagnostico-assistenziali.

Vale la pena sottolineare che i piani di rimborsabilità rappresentano anche uno strumento di farmacovigilanza grazie al quale noi oggi abbiamo un riscontro di questo tipo di terapia anche nella vita reale, cioè nel paziente del territorio che non è quello dello studio clinico.

Il monitoraggio in real life ci dice negli ormai oltre 4000 pazienti trattati in Italia questi farmaci sono perfettamente tollerati, con una percentuale bassissima di abbandono della terapia, in quanto scevri da effetti collaterali importanti. Una conferma del fatto che si tratta di farmaci molto efficaci e contemporaneamente molto ben tollerati.